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Se anche la Turchia s’infiamma

Carlo Giorgi
4 giugno 2013
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Se anche la Turchia s’infiamma
Una manifestante sfida gli idranti delle forze dell'ordine turche durante le proteste.

Da giorni si susseguono in Turchia le proteste inermi contro il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan, accusato dai manifestanti di totalitarismo. La situazione potrebbe diventare ancora più tesa nei prossimi giorni se il governo non si mostrerà flessibile. Tutto è cominciato per la difesa di un giardino pubblico di Istanbul. Ma le ragioni profonde sono altre.


(Milano) – Previsioni di piazze sempre più affollate di studenti e lavoratori in Turchia, alla vigilia del quinto giorno consecutivo di proteste contro il premier Recep Tayyip Erdogan, accusato dai manifestanti di totalitarismo. Secondo quanto riferisce il giornale israeliano Haaretz, infatti, uno dei maggiori sindacati turchi (il Kesk, che conta 240 mila iscritti), come reazione agli scontri tra polizia e manifestanti ha annunciato oggi due giorni di sciopero; mentre diverse università di Istanbul, per lo stesso motivo, hanno deciso di posticipare le sessioni d’esami. Decisioni che consentiranno ai lavoratori e studenti che lo vorranno di aderire più agevolmente alle proteste.

Il fuoco delle piazze turche (tre manifestanti uccisi, oltre a molti feriti, incendi e devastazioni) è divampato in pochissimi giorni in molte città del Paese e minaccia di avere conseguenze irreversibili per il governo Erdogan. Le proteste sono iniziate nella notte dello scorso 27 maggio, quando ruspe e bulldozer si sono messi all’opera per risistemare il parco Gezi, un giardino pubblico nel cuore di piazza Taksim, a Istanbul. Obiettivo del cantiere: la costruzione di un complesso commerciale, voluta dall’amministrazione nonostante le proteste degli abitanti della zona e delle associazioni ambientaliste. Da quel momento, la protesta non violenta di alcuni cittadini da si è guadagnata la simpatia di un crescente numero di persone, ma ha anche indotto le autorità a far rispettare con ogni mezzo la decisione di costruire il centro commerciale. In un braccio di ferro sempre più tenace tra società civile e governo, che ha perso quasi subito la sua connotazione ambientalista, per trasformarsi nella prima esplicita protesta politica che si sia vista da anni contro il premier Erdogan.

L’impressione di molti è che la società turca, in piazza Taksim, abbia trovato finalmente il modo di esprimere il suo dissenso. Si diffondono tra la gente episodi di disobbedienza civile: il quotidiano Hurriyet, dà notizia che la municipalità di Antalya, si è rifiutata, ad esempio, di rifornire d’acqua i mezzi della polizia impegnati nel disperdere i manifestanti con gli idranti. Un altro giornale, Sözcü, riferisce che la polizia sarebbe ben equipaggiata per affrontare le manifestazioni, essendosi rifornita negli ultimi 12 anni di 62 tonnellate di gas lacrimogeni e urticanti; gas che sta ampliamente utilizzando in questi giorni. Ma quello stesso gas sta diventando un boomerang per le forze dell’ordine: l’immagine di una signora vestita di rosso, che non oppone resistenza a un poliziotto che la inonda di lacrimogeno, viene pubblicata in questi giorni in modo virale dai social network e sui siti web turchi, ed è diventata il simbolo più potente per smascherare un potere ingiustamente oppressivo.

In un contesto di grandi cambiamenti e di rivolta popolare, anche i leader dell’opposizione hanno trovato il modo di alzare la voce. Kemal Kılıçdaroğlu, leader del primo partito di opposizione, il Partito repubblicano del popolo (Chp), ha incontrato il presidente della Repubblica Abdullah Gül per manifestargli le sue preoccupazioni per le proteste scoppiate in tutto il Paese e protestando per il modo di affrontarle da parte del governo Erdogan. Devlet Bahçeli, leader del Partito nazionalista (Mhp), ha criticato l’eccessivo uso della forza da parte della polizia, invitando alla calma.

D’altra parte, lo stesso governo che in piazza continua a tenere una linea di intransigenza, ha iniziato a lanciare qualche timido messaggio di moderazione: Bulent Arinc, vice-primo ministro turco, ha dichiarato di voler incontrare una delegazione degli organizzatori dell’originaria protesta del Gezi Park: «C’è la necessità di comunicare con chiarezza per evitare di confondere le idee alla gente – ha dichiarato Arinc –; per questo incontreremo i rappresentanti delle associazioni e ascolteremo il loro punto di vista. Mi scuso con coloro che hanno subito violenza a causa della loro passione per la natura», ha aggiunto il vice-premier, fingendo forse di non capire che non è la causa ambientalista, ormai, ad infiammare le piazze turche.

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