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La libertà religiosa in Medio Oriente in un rapporto Usa

Carlo Giorgi
22 maggio 2013
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La libertà religiosa in Medio Oriente in un rapporto Usa
Washington, 20 maggio 2013. Il segretario di Stato Usa, John Kerry, presenta il Rapporto internazionale sulla libertà religiosa nel 2012. (foto: Governo Usa)

In molte regioni del mondo l’antisemitismo è in crescita e due Paesi del Medio Oriente, Iran e Arabia Saudita, vanno considerati tra quelli che suscitano «particolare preoccupazione» per le violazioni della libertà religiosa. Ad affermarlo è il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo del Dipartimento di Stato americano, reso pubblico il 20 maggio.


(Milano) – In molte regioni del mondo l’antisemitismo è in crescita e due Paesi del Medio Oriente, Iran e Arabia Saudita, vanno considerati tra quelli che suscitano «particolare preoccupazione» per le violazioni della libertà religiosa. Ad affermarlo è il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo del Dipartimento di Stato americano, reso pubblico il 20 maggio dal segretario di Stato, John Kerry.

Il rapporto affronta il tema della libertà religiosa in ciascun Paese del mondo. Per ogni Stato si analizza innanzitutto la «demografia religiosa» (ovvero la suddivisione della popolazione per credo professato), il livello di rispetto della libertà religiosa da parte del governo e della popolazione locale; e le politiche statunitensi in materia.

Il Rapporto sottolinea la cattiva situazione della libertà religiosa in molti Paesi del Medio Oriente: tra le sue fonti vanta un analogo documento della Commissione del governo degli Statri Uniti sulla libertà religiosa nel mondo (Uscirf), presentato tra l’altro solo pochi giorni fa. Mentre il Dipartimento di Stato indica nella lista nera dei Paesi particolarmente preoccupanti solo Iran (nella lista dal 1999) e Arabia Saudita (inserita dal 2004), il rapporto Uscirf vi aggiunge anche l’Iraq, a causa dei sanguinosi scontri fratricidi tra sunniti e sciiti, ed Egitto, a causa delle discriminazioni subite soprattutto dai cristiani copti.

Per quanto riguarda le violazioni perpetrate in Medio Oriente, il rapporto punta il dito contro Arabia Saudita, Iran e Siria. «In Arabia Saudita – si legge nel testo – è proibita la pratica pubblica di qualsiasi religione oltre l’Islam e il governo ha imposto restrizioni riguardo alla libertà religiosa. È risaputo che il governo ha deportato stranieri che praticavano privatamente la loro religione. Gli sciiti continuano ad essere discriminati e il governo ha proibito pubbliche manifestazioni religiose sciite anche in aree a maggioranza sciita. Pure chi non aderisce all’interpretazione della sunna (consuetudine, tradizione – ndr) proposta dal governo va incontro a discriminazioni politiche, economiche, legali, sociali e religiose, inclusa la limitazione delle possibilità di impiego e di formazione scolastica, la mancata rappresentanza religiosa, la limitazione della possibilità di praticare la propria fede ed edificare luoghi di culto. Almeno una persona (nell’arco dell’ultimo anno) è stata decapitata con l’accusa di “stregoneria”. In Siria il governo ha aumentato il controllo e l’accanimento contro membri di gruppi religiosi considerati una “minaccia”, compresi membri della maggioranza sunnita del Paese. Questo accanimento ha incluso uccisioni, detenzioni e violenze. Fonti attendibili sostengono che il governo si sarebbe accanito contro determinati cittadini per motivi religiosi, sia nella regione di Homs sia in quella di Aleppo. Inoltre nella guerra civile è aumentata l’attività violenta contro le minoranze religiose da parte di gruppi di estremisti come il gruppo terroristico Jabhat al Nusra. In Iran sono cresciuti in modo significativo gli arresti e le violenze nei confronti di membri di minoranze religiose, compresi i sunniti. Continuano ad esserci testimonianze che il governo imprigioni, attui violenze, intimidisca e discrimini gli individui solo per il loro credo religioso».

Le leggi che perseguono blasfemia, apostasia e conversione rimangono un problema particolarmente significativo in Nord Africa e Medio Oriente. Il rapporto enumera casi di persone perseguitate per questi reati in Arabia Saudita, Egitto, Libia, Tunisia, Iran ed Eritrea. La nuova costituzione egiziana, in particolare, proibisce esplicitamente di insultare o “minare o caricare di pregiudizio tutti i messaggeri ed i profeti”, mentre in passato umiliare o diffamare l’Islam, il cristianesimo o il giudaismo era proibito per legge. In Iran dove il reato di blasfemia e l’apostasia possono portare a una condanna a morte, il governo considera i seguaci della fede Bahai degli apostati e ha ne ha arrestati arbitrariamente a decine nel corso dell’anno.

Su un altro versante, grande preoccupazione provoca la crescita dell’antisemitismo in alcuni Paesi: il Rapporto della diplomazia a stelle e strisce denuncia espressioni antisemite da parte di leader religiosi, membri del governo e media anche in Egitto, Iran e Tunisia. Il rapporto cita, ad esempio, un episodio dello scorso 19 ottobre: il presidente egiziano Mohammed Morsi avrebbe detto «Amen», al termine di una preghiera pubblica, davanti alle telecamere della tivù, in cui un imam aveva pregato dicendo «Oh Allah, distruggi gli ebrei e i loro sostenitori!».

L’impunità per azioni di discriminazione religiosa è un problema particolarmente sentito in Egitto dove il governo generalmente omette di prevenire, indagare e perseguire crimini contro membri che appartengono a minoranze religiose tra cui anche i cristiani copti. Ciò alimenta un clima di impunità. In alcuni casi le autorità hanno reagito con lentezza o con uno slancio insufficiente per far terminare gli attacchi ai cristiani e alle loro proprietà. Analogo comportamento anche in Libia e Tunisia.

Il Rapporto cita il Pew Forum on Religion and Public Life, una ong americana che si occupa dei rapporti tra religione e vita pubblica. Secondo il Forum ci sarebbe una relazione tra i Paesi che impongono le restrizioni di legge alla libertà religiosa e quelli dove la violenza per motivi religiosi è più frequente. I governi che reprimono la libertà religiosa e di espressione, infatti, alimentano un clima di intolleranza e impunità che incoraggia i violenti nelle loro azioni di intolleranza. Problemi di questo tipo si manifestano in Iraq, Egitto, Libia e Tunisia.

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