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A Betlemme s’è svolta la prima maratona della Cisgiordania

Emma Mancini
22 aprile 2013
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La Palestina si infila la tuta e inizia a correre. Centinaia di persone, sotto la pioggia, hanno corso contro le restrizioni agli spostamenti, contro i check-point e il Muro di separazione. Alla prima maratona in Cisgiordania, domenica 21 aprile, uomini, donne e bambini hanno idealmente chiesto libertà di movimento e parità per le donne.


(Betlemme) – La Palestina si infila la tuta e inizia a correre. Corre contro le restrizioni al movimento, contro i check-point e il Muro di separazione. Alla prima maratona in Cisgiordania, domenica 21 aprile, uomini, donne e bambini hanno stretto i lacci alle scarpe per rivendicare un diritto negato da tempo: quello di circolare liberamente nella propria terra.

Right to Movement – Palestine Marathon ha visto la partecipazione di oltre 650 persone: corridori professionisti e non sono arrivati da tutta la Cisgiordania, da Gerusalemme e da Israele per percorrere 42 chilometri di corsa. Insieme a loro, 250 internazionali. Mancavano, invece, i 28 corridori iscritti di Gaza ai quali le autorità israeliane hanno negato il permesso di uscire dalla Striscia.

«Abbiamo chiesto i permessi cinque volte, con cinque diverse modalità, ma senza ottenere l’autorizzazione. Israele ha rifiutato, adducendo che da Gaza si esce solo per ragioni umanitarie. E lo sport non lo è, a quanto pare». Così Larke Hein, una delle due ragazze danesi alle quali un anno fa è venuta in mente l’idea di una maratona in Palestina, una corsa per le strade di Betlemme. «Volevamo inviare un segnale, un messaggio alla comunità internazionale – ci spiega Larke –. Abbiamo subito trovato l’appoggio della Municipalità di Betlemme e dell’Autorità Nazionale Palestinese, che ha collaborato con noi attraverso il Comitato olimpico e l’Alto Consiglio per i Giovani e lo Sport. Il diritto al movimento è basilare, lo è in Italia, in Danimarca, e dovrebbe esserlo anche in Palestina».

Eppure qui, tra check-point, posti di blocco, strade riservate ai coloni israeliani e un muro di cemento alto otto metri, la libertà di spostamento è una chimera. Gli Accordi di Oslo del 1993 hanno diviso la Cisgiordania in tre aree: Area A (sotto il controllo civile e militare palestinese, il 18 per cento del territorio), Area B (controllo civile palestinese e militare israeliano, il 21 per cento) e Area C (sotto il completo controllo israeliano, il 61 per cento). La maratona si è svolta esclusivamente all’interno dell’Area A.

«La nostra è stata una sfida – continua Larke, mentre dietro di lei giovani palestinesi si mettono in fila per ricevere la pettorina per la corsa –. Volevamo dimostrare che il popolo palestinese è in grado di muoversi senza restrizioni in aree estremamente ridotte a causa delle politiche delle autorità israeliane. Basta guardare il percorso della maratona: non esiste in Cisgiordania una porzione di Area A che si estenda per almeno 42 km, quelli necessari a una maratona. Per cui i corridori oggi correranno all’interno della città di Betlemme, lungo il Muro e attraverso i campi profughi per quattro giri consecutivi».

Alle otto del mattino i corridori sono pronti. C’è aria di festa nonostante la pioggia che sta per arrivare. C’è chi scalda i muscoli, chi sfida gli amici, chi gioca con i figli. Dal palco, il sindaco di Betlemme, Vera Baboun, accoglie i partecipanti: «Oggi la nostra città lancia un messaggio di pace, solidarietà e umanità. Grazie a tutti coloro che sostengono i diritti basilari del popolo palestinese».

Un minuto di silenzio ricorda le vittime dell’attentato di pochi giorni fa alla maratona di Boston. Poi si parte. Centinaia di persone, di ogni età e provenienti da 28 Paesi del mondo cominciano a correre, anche se non tutti arriveranno alla fine. Sfilano davanti alla Chiesa della Natività, passano vicino al check-point 300 – che divide Betlemme da Gerusalemme –, proseguono all’interno dei vicoli stretti dei campi profughi di Aida e Dheisha e lungo il Muro.

Al termine della gara, i corridori tornano in Manger Square (piazza della Mangiatoia) per rifocillarsi e festeggiare. «Un’esperienza incredibile – ci racconta Sala’a, palestinese di 31 anni di Beit Sahour –. Non credevo di farcela, è stato bellissimo. Oggi abbiamo dimostrato che non rinunciamo al nostro diritto a muoverci liberamente anche se per percorrere 42 chilometri siamo stati costretti a fare lo stesso giro quattro volte. Così abbiamo mostrato al mondo, che oggi è qua con telecamere e giornalisti, cosa significhi cercare di vivere una vita normale in Cisgiordania».

«L’altro segnale bellissimo che abbiamo mandato è alle donne – aggiunge Sala’a –. Oggi erano tantissime. Credete che sia normale vedere in Palestina una donna correre in strada per fare sport? Oggi abbiamo fatto un passo in più verso l’uguaglianza».

Alla Maratona di Betlemme quasi la metà dei corridori erano donne, molte delle quali velate. Una risposta a quanto accaduto a Gaza poche settimane fa: dopo il divieto imposto da Hamas alle donne a partecipare alla tradizionale maratona dell’Onu, le Nazioni Unite hanno cancellato la gara per protesta. Oggi, le donne palestinesi della Cisgiordania hanno corso anche per quelle di Gaza: «Sì, oggi abbiamo corso per tutte loro – dice Sala’a mentre divora un panino –. Abbiamo dimostrato che tutto è possibile».

Tra gli organizzatori della maratona e tra i 300 volontari che hanno lavorato all’evento, in prima fila ci sono proprio le donne: è il Running Club di Betlemme, gruppo al femminile nato a dicembre per preparare l’evento di domenica ed iniziare gli allenamenti. «Ci alleniamo ogni sabato, è liberatorio – ci racconta Jacky, betlemmita di 24 anni –. L’obiettivo non è semplicemente fare sport, è migliorare dal basso la condizione di noi donne. Le discriminazioni sociali ed economiche che subiamo sono ancora forti, ma noi siamo più forti. Lo dimostriamo ogni giorno, in famiglia, al lavoro, nella vita privata e contro l’occupazione militare israeliana».

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