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Bimbi siriani, dramma nel dramma

Giorgio Bernardelli
18 marzo 2013
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Ancora pessime notizie dalla Siria, a due anni da quel 15 marzo 2011 che segnò l'inizio della catastrofe. Ma sono comunque notizie che bisogna continuare a raccontare, perché non si dimentichi il dramma di questi fratelli. E invece mi pare proprio che sia passato sotto silenzio in Italia il nuovo rapporto diffuso da Save the Children sulla condizione dei bambini in questa guerra.


Ancora pessime notizie dalla Siria, a due anni da quel 15 marzo 2011 che segnò l’inizio della catastrofe. Ma sono comunque notizie che bisogna continuare a raccontare, perché non si dimentichi il dramma di questi fratelli. E invece mi pare proprio che sia passato sotto silenzio in Italia il nuovo rapporto diffuso da Save the Children sulla condizione dei bambini in questa guerra.

Mi ha colpito in particolare un dettaglio che ho letto nell’attacco dell’articolo che il sito del Christian Science Monitor ha dedicato giorni fa a questo tema. È il racconto di una madre che parla di sua figlia, nata quando questo conflitto era già in corso. Con amarezza ha spiegato agli operatori di Save the Children qual è stata la prima parola che la sua piccolina ha pronunciato: né mamma, né papà, ma enfijar, che in arabo significa esplosione. «È il motivo per cui tutti noi continuamente scappiamo, corriamo dalla mattina alla sera – ha raccontato la donna -. E così esplosione è diventata la prima parola pronunciata da mia figlia. È una tragedia».

Credo che sia difficile trovare altre descrizioni che con la stessa forza raccontano cosa sia oggi la guerra in Siria. In una sola storia è riassunto tutto il dramma dei bambini in questo immenso campo di battaglia. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani sono almeno 3.700 i bambini già morti in questo conflitto e 500 mila quelli che hanno dovuto abbandonare la loro casa. Ma ci sono anche altri dati ugualmente terribili: 3 bambini su 4 hanno sperimentato in questi due anni la morte di una persona di famiglia o di un amico. E in un Paese dove il 90 per cento dei bambini andava a scuola (la percentuale più elevata del Medio Oriente), oltre 2.000 scuole sono state distrutte o danneggiate, mentre altre vengono utilizzate come rifugio: per questo si calcola che siano 200 mila i bambini che non possono più andare a scuola.

Ci sono poi i drammi che vedono i bambini come vittime dirette della guerra: Save the Children ha raccolto testimonianze su minori utilizzati dai gruppi armati come portatori, staffette o scudi umani sulla linea del fronte, mentre alcune ragazzine subirebbero un matrimonio precoce deciso in fretta per «proteggerle» dalla diffusa minaccia di violenze sessuali, che hanno colpito femmine e maschi anche di 12 anni. Orrori che non è difficile immaginare quanto a lungo possano segnare la vita di un bambino.

Tutto questo continua a succedere in una guerra che non solo va avanti senza spiragli di soluzione, ma continua pure ad allargarsi con l’arrivo di combattenti dall’estero. La notizia più recente in questo senso è la mobilitazione delle milizie salafite di Gaza, per offrire più uomini alle brigate al Nusra, gli islamisti divenuti l’incubo dei cristiani siriani. A raccontarlo è un articolo molto ben informato Asmaa al-Ghoul su Al Monitor. La giornalista cita anche le storie specifiche di due gazawi andati a combattere in Siria e già morti in guerra.

Nell’assenza di iniziative politiche per fermare questa carneficina sono come sempre le milizie più radicali a muoversi e a rafforzarsi. Quelle che difficilmente riusciranno ad offrire una via d’uscita vera dalle loro sofferenze ai bambini della Siria.

Clicca qui per leggere l’articolo del Christian Science Monitor

Clicca qui per leggere il comunicato in italiano sul rapporto di Save the Children

Clicca qui per leggere sul sito di al Monitor la notizia sui salafiti che da Gaza vanno a combattere in Siria

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