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Se gli ex capi dello Shin Beth provocano turbamento

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25 febbraio 2013
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Se gli ex capi dello <i>Shin Beth</i> provocano turbamento

Nel film documentario The Gatekeepers («I guardiani»), senza peli sulla lingua sei ex capi dello Shin Beth, i servizi di sicurezza interni di Israele, confidano i propri pensieri e le proprie esperienze dopo anni trascorsi alla testa dell’Agenzia. Da un punto di vista strettamente strategico ammettono che la politica di sicurezza nei Territori palestinesi è inefficace e che conduce in un vicolo cieco... Quale, secondo loro, l'unica via d'uscita vera? Il dialogo.


(Gerusalemme/l.c.) – «Io che conosco molto bene i palestinesi posso dirvi che non si arriverà alla pace con relazioni impostate sul piano militare, ma con rapporti di fiducia». Un altro idealista, potrebbe pensare qualcuno… che però rimarrebbe stupito nello scoprire l’identità dell’idealista in questione. Si tratta di Yuval Diskin, anziano dirigente dello Shin Beth, l’agenzia dei servizi di sicurezza interni israeliani, incaricata della lotta al terrorismo. Come altri cinque ex responsabili dell’Agenzia, Diskin si consegna alla telecamera del regista Dror Moreh per offrirci un documentario esplosivo: The Gatekeepers («I guardiani»). Senza peli sulla lingua, questi uomini – che non possono essere sospettati di mancare di patriottismo – confidano i propri pensieri e le proprie esperienze tratte da anni trascorsi alla testa dello Shabak (altro nome con cui è nota l’Agenzia) tra il 1980 e il 2011. E tracciano un bilancio in chiaroscuro della politica israeliana.

Le testimonianze di questi dirigenti, inframmezzate da immagini d’archivio e ricostruzioni storiche, rievocano taluni episodi controversi che hanno segnato l’Agenzia a partire dal 1967. I sei intervistati spiegano e ammettono completamente il loro coinvolgimento in una politica repressiva e di efficace violenza: omicidi mirati, esecuzioni sommarie dei sospetti, qualche danno collaterale come l’uccisione di persone innocenti… Evocano con freddezza i metodi della lotta al terrorismo di Israele: pressioni sulla popolazione palestinese, reclutamento di confidenti arabi, interrogatori ben più che muscolari… Tutti rifiutano di fare un bilancio morale di questa lotta al terrorismo. Avraham Shalom assicura: «Nella guerra al terrorismo non c’è spazio per la morale». Ma taluni che consideravamo «corazzati» ammettono il proprio disagio. È il caso di Diskin: «Decidi di far esplodere un automobile e ti dici che è la decisione giusta. Eppure c’è qualcosa che ti disturba: il potere di dare la morte». Yaakov Peri confessa: «Situazioni simili finiscono per minarti, e quando lasci lo Shin Beth diventi un po’ di sinistra…».

Questi sei vecchi capi dei servizi segreti riconoscono, alcuni apertamente, lo scacco in cui si trova la politica israeliana. Da un punto di vista strettamente strategico ammettono che la politica di sicurezza nei Territori palestinesi è inefficace e che conduce in un vicolo cieco. Compromette sempre la possibilità di veder nascere due Stati. Puntano anche il dito sullo iato che li separa dalla classe politica israeliana. Avraham Shalom confessa la propria sconfitta davanti all’impunità di cui gode il terrorismo ebraico, colpevole di numerosi attentati. Shalom fece arrestare un gruppo estremista che aveva programmato attentati dinamitardi sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme: «Incassai le felicitazioni del governo, ma poi quei terroristi uscirono molto velocemente di prigione. Fu allora che smisi di prendere sul serio i politici».

Ma se la soluzione non sta nella repressione, dove sta? Nel dialogo, assicurano i sei intervistati, in un dialogo con tutti gli interlocutori «incluso Hamas», chiosa Diskin. Su queste prese di posizione, audaci, è bene soffermarsi. Come spiega il regista, «nessuno comprende il conflitto tra Israele e i palestinesi meglio di questi sei uomini. Quando parlano loro, i dirigenti (dello Stato ebraico) li ascoltano. Forse è venuto il momento per i gatekeepers di rivolgersi a un uditorio più vasto.

In Israele il film ha prodotto l’effetto di un sasso nello stagno e continua a far parlare di sé pure all’estero (grazie anche alla candidatura agli Oscar come miglior documentario, benché non sia stato premiato – ndr). Come dice Ayalon c’è da sperare che a decidere di vedere il film non siano soltanto le persone già convinte di quello che il documentario svela.

Alla cineteca di Gerusalemme lo schermo diventa nero dopo la frase finale: «Siamo riusciti a domare il terrorismo, ma ciò non ha risolto il problema dell’occupazione. Abbiamo vinto tutte le battaglie, ma s’è persa la guerra». Il silenzio in sala è pesante, come durante la proiezione. Che sia una porta aperta verso il risveglio delle coscienze?

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