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Onu, i palestinesi sfidano Israele e Usa in Assemblea Generale

Giampiero Sandionigi
29 novembre 2012
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Onu, i palestinesi sfidano Israele e Usa in Assemblea Generale
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas in attesa di intervenire all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (foto d'archivio Onu/Mark Garten)

Oggi è il giorno della Palestina al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York. L’Assemblea Generale si esprimerà sulla richiesta palestinese di conferire il rango di «Stato non membro» alla propria delegazione, che sin dal 1974 è accreditata con lo status di Osservatore permanente. A poche ore dal voto il parere favorevole appare scontato.


(Milano) – Oggi è il giorno della Palestina al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York. L’Assemblea Generale sarà chiamata ad esprimersi sulla richiesta di conferire il rango di «Stato non membro» alla delegazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), che sin dal 1974 è accreditata con lo status di Osservatore permanente.

I giochi ormai sembrano fatti: lunedì scorso i diplomatici dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) hanno inoltrato la bozza di risoluzione che chiedono di mettere ai voti.

Questo pomeriggio, intorno alle 15.00 locali (le 21.00 in Italia), il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) prenderà la parola in Assemblea per perorare ufficialmente la causa. L’esito sembra scontato: i palestinesi contano sull’appoggio di una maggioranza schiacciante di Paesi membri e in questa sede – a differenza che nel Consiglio di Sicurezza – nessuno può esercitare il diritto di veto.

La bozza di Risoluzione, oltre a riconoscere alla Palestina lo status di «Stato non membro osservatore», esprime l’auspicio che il Consiglio di Sicurezza voglia in futuro «considerare con favore la richiesta presentata il 23 settembre 2011 dallo Stato di Palestina per l’ammissione come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite». Vi si afferma inoltre la determinazione dell’Assemblea Generale a «contribuire al conseguimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese» e alla prospettiva di due Stati che vivano in pace e sicurezza l’uno accanto all’altro: Israele e una Palestina «indipendente, sovrana, democratica, autosufficiente e dotata di contiguità territoriale», sulla base dei confini precedenti al 1967 (anno in cui iniziò l’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi dopo la vittoria sui Paesi arabi nella Guerra dei sei giorni).

Israele e Stati Uniti avrebbero preferito scongiurare questo momento. Si appellano al consueto principio secondo il quale lo Stato di Palestina potrà nascere effettivamente solo da negoziati tra israeliani e palestinesi. Fino all’ultimo hanno cercato di indurre Abu Mazen a recedere dal suo proposito, minacciando anche sanzioni finanziarie. Dal loro punto di vista il percorso – del tutto legale e non violento – intrapreso dalla dirigenza dell’Anp in sede Onu sarebbe una mossa unilaterale che intralcia i negoziati. Ma i negoziati – senza precondizioni, come li vorrebbe Israele – ha già contribuito a farli arenare anche l’inarrestabile, e contestato, ampliarsi degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi.

Riyad Mansour, il capo della delegazione palestinese presso le Nazioni Unite a New York, ha detto ai giornalisti che il 29 novembre 2012 «sarà un momento storico nella lotta del popolo palestinese, ma anche per le Nazioni Unite», le quali nello stesso giorno del 1947 approvarono la nascita di due Stati separati – uno arabo e uno ebraico – sui territori assegnati al Mandato britannico all’indomani della Prima guerra mondiale (quella Risoluzione, la 181, fu allora boicottata dagli Stati arabi). Quest’oggi, osserva Mansour, si esprimerà un «consenso globale per la soluzione dei due Stati. Dal punto di vista delle Nazioni Unite diventerà una realtà giuridica, con due Stati riconosciuti dall’Assemblea Generale. Ciò spianerà la strada alla possibilità di seri negoziati tra i due Stati e alla fine dell’occupazione della terra di uno Stato da parte dell’altro Stato».

Nelle piazze delle città palestinesi quest’oggi si festeggia e si manifesta sostegno alla determinazione del presidente Mahmoud Abbas. Anche Hamas ha espresso il suo appoggio. Il leader del movimento islamista nella Striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, martedì scorso ha però marcato un’importante differenza di prospettiva rispetto ai dirigenti dell’Olp e di Fatah: per Hamas ottenere il riconoscimento di uno Stato che abbia i confini territoriali precedenti al 1967 non significa cedere il resto della terra di Palestina. In altri termini non vuol dire ammettere la legittimità di Israele o porre fine alle proprie rivendicazioni.

Intanto in vista del voto atteso per la serata di oggi a New York si formano gli schieramenti. Salvo sorprese dell’ultimo minuto praticamente tutti i grandi del Pianeta si apprestano a dire sì: così i governi di Cina, India, Brasile, Russia, Sud Africa. S’asterrà l’Australia. L’Europa si divide: si astiene la Germania e sembra orientata ad imitarla l’Italia (che si distanzierebbe in tal modo dagli altri Paesi che s’affacciano sul Mediterraneo, pronti a dire sì).

La Gran Bretagna si dice favorevole, ma solo ad alcune condizioni: che la Palestina non cerchi di aderire al Trattato sulla Corte penale internazionale (magari con l’intento di trascinare davanti ai giudici personalità israeliane); che non cerchi di ottenere lo status di membro a pieno titolo delle molteplici agenzie Onu; che affermi il proprio impegno a negoziare con Israele senza precondizioni. Una lista di richieste che sembrano riecheggiare le istanze delle cancellerie israeliana e statunitense, impegnate in questi ultimi giorni a limitare i danni di una Risoluzione dell’Assemblea Generale che non sono in grado di bloccare, e che avrà tuttavia un valore poco più che simbolico.

Aggiornamento delle 16.00 del 29 novembre:
Con una nota di Palazzo Chigi, il governo italiano annuncia il suo voto favorevole alla bozza di Risoluzione proposta dai palestinesi all’Assemblea Generale. 
«Il Presidente [del Consiglio dei ministri Mario] Monti – dice testualmente la nota – ha telefonato al Presidente Mahmoud Abbas e al Primo Ministro Benjamin Netanyahu per spiegare le motivazioni della decisione italiana. Nel dare sostegno alla Risoluzione, l’Italia, in coordinamento con altri partner europei, ha in parallelo chiesto al Presidente Abbas di accettare il riavvio immediato dei negoziati di pace senza precondizioni e di astenersi dall’utilizzare l’odierno voto dell’Assemblea Generale per ottenere l’accesso ad altre Agenzie Specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte Penale Internazionale o per farne un uso retroattivo. A Netanyahu il Presidente, nel ribadire che questa decisione non implica nessun allontanamento dalla forte e tradizionale amicizia nei confronti di Israele, ha garantito il fermo impegno italiano ad evitare qualsiasi strumentalizzazione che possa portare indebitamente Israele, che ha diritto a garantire la propria sicurezza, di fronte alla Corte Penale Internazionale».

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