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Il dramma di Silman interroga Israele

Giorgio Bernardelli
17 luglio 2012
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Parlavamo solo qualche giorno fa del ritorno della protesta sociale in Israele e già allora osservavamo come il movimento fosse più incattivito rispetto a un anno fa. A dare tragica sostanza a quei timori sabato sera a Tel Aviv è giunto il gesto di Moshe Silman, un uomo di 58 anni che si è dato fuoco per protesta contro i sussidi a lui negati dai servizi sociali. E il Paese dibatte.


Parlavamo solo qualche giorno fa del ritorno della protesta sociale in Israele e già allora osservavamo come il movimento fosse più incattivito rispetto a un anno fa. A dare tragica sostanza a quei timori sabato sera a Tel Aviv è giunto il gesto di Moshe Silman, un uomo di 58 anni che si è dato fuoco per protesta contro i sussidi a lui negati dai servizi sociali. Ora sta lottando in ospedale tra la vita e la morte con ustioni di terzo grado sul 94 per cento del corpo.

Le immagini di questa tragedia hanno ovviamente scosso Israele. Lo stesso premier Benjamin Netanyahu ha disposto un’inchiesta sulla vicenda di quest’uomo. Qualche tg in Italia un po’ frettolosamente lo ha accostato agli indignados, ma la storia di Silman in realtà pare avere a che fare in maniera molto specifica con i tagli allo stato sociale attuati in Israele nell’ultimo decennio proprio sull’onda della politica antistatalista promossa dall’attuale premier quando era ministro delle Finanze nel governo Sharon. È interessante leggere nei dettagli sul sito di Rabbis for Human Rights la ricostruzione dell’odissea vissuta dall’uomo che qualche sera fa si è dato fuoco: emerge come il suo non sia il dramma di uno sprovveduto vissuto in solitudine. I guai sono cominciati con il fallimento della sua impresa di trasporti e sono stati aggravati da un successivo infarto, che gli ha reso impossibile continuare a lavorare nell’attività di tassista in cui si era riconvertito. La cosa impressionante è vedere come nello Stato nato coi kibbutz oggi si possa scivolare nella povertà di chi non ha nemmeno un tetto e vedersi assegnare dai servizi sociali dei sussidi che non bastano neppure a sopravvivere. Certo, sono problemi che non esistono solo in Israele. Ma colpisce che un dramma del genere sia maturato in un Paese che nel frattempo viveva un ciclo economico favorevole.

E di questo oggi discutono i giornali israeliani. Su Yediot Ahronot Yishai Mishor parte da questa vicenda per denunciare con parole dure il collasso del welfare. «La storia di Silman – scrive rivolgendosi al premier – non è una tragedia personale. È una storia maturata in una realtà economica che lei e il suo governo avete creato. E dunque è una tragedia nazionale». Più cauto, ma comunque d’accordo sul fatto che la storia di Silman ponga una «questione etica sui limiti del nostro Stato sociale», anche l’editoriale del Jerusalem Post, quotidiano dell’area di centro-destra. Che se la prende però con il progressista Haaretz, che a caldo aveva definito Silman «il nostro Mohamed Bouazizi» (il venditore tunisino che dandosi fuoco nel dicembre 2010 innescò i moti di piazza della Primavera araba). La prima preoccupazione – sostiene probabilmente a ragione il Jerusalem Post – deve essere sempre quella di non suscitare l’emulazione di gesti che restano comunque tragedie.

Non si smentisce invece Arutz Sheva, l’agenzia vicina ai coloni: di fronte a questo episodio non ha trovato di meglio che ricordare polemicamente le due persone che nel 2005 si diedero fuoco per protesta contro il ritiro israeliano da Gaza. «Non ricevettero la stessa attenzione dalla stampa di sinistra», lamenta. Si capisce anche da queste cose come l’ideologia della Terra di Israele a tutti i costi sia ormai una caricatura molto triste del sionismo.

Clicca qui per leggere i dettagli della storia di Moshe Silman sul sito di Rabbis for Human Rights

Clicca qui per leggere il commento di Yediot Ahronot

Clicca qui per leggere l’editoriale del Jerusalem Post

Clicca qui per leggere la notizia di Arutz Sheva

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