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Quei sei di Beit Sahour al Family Day 2012

Terrasanta.net
1 giugno 2012
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Quei sei di Beit Sahour al <i>Family Day 2012</i>
La piccola delegazione di Beit Sahur al Family Day 2012: a sinistra i Jarisseh, a destra i Saada.

Avrebbero voluto essere ottanta e invece alla fine ce l'hanno fatta solo in sei. È la piccola delegazione cattolica di Beit Sahour, villaggio alle porte di Betlemme, giunta a Milano per il settimo Incontro mondiale delle famiglie. «Da noi - dicono - non vediamo mai tanti cristiani insieme. Qui ci sono tante famiglie che credono in Gesù e si respira un bel clima di amicizia».


(Milano/c.g.) – Un calice artigianale e una statua della Sacra Famiglia, entrambi in legno d’ulivo. Sono questi i doni che la famiglia Abu Saada e la famiglia Jarisseh – entrambe a Milano per il settimo Incontro mondiale delle famiglie e provenienti da Beit Sahour, nei Territori Palestinesi – hanno preparato per il Pontefice. «Speriamo che domani sera alla grande veglia delle testimonianze ci sia l’occasione per poterle offrire al Papa – spiega Mamdouh Abu Sada -. Beit Sahour è il “campo dei pastori” vicino a Betlemme; e la storia della Sacra Famiglia ha a che fare con noi perché lì è nato Gesù. Per questo speriamo che ci venga dato, alla fine, il privilegio di incontrare il Pontefice».

Mamdouh Abu Saada è il parroco greco-cattolico di Beit Sahour (una parrocchia con circa 800 fedeli) ed è a Milano insieme con la moglie Randa e uno dei figli, Nicolaus, di dodici anni.

La famiglia Jarisseh invece è cattolica di rito latino (a Beit Sahour i latini sono circa 1.600) ed è composta da Wessam, sua moglie Heba e il piccolo Adam, di sette anni. Due famiglie, solo sei persone. Contro le ottanta di Beit Sahur che avrebbero voluto partecipare all’incontro, se solo avessero ottenuto i permessi: «La crisi economica si sente anche in Palestina – spiega Mamdouh -. Soltanto noi siamo riusciti, pagando di tasca nostra, a sostenere le spese del viaggio. Per tutti gli altri è stata una grossa delusione. Come è stato deludente, immaginiamo, per la parrocchia di Sesto San Giovanni, vicino a Milano, che si era preparata ad accoglierci, non poter ospitare le altre famiglie del nostro villaggio».

Gli Abu Saada e i Jarisseh sono giunti a Milano dopo un viaggio di oltre ventiquattr’ore: hanno preso il pullman per Amman in Giordania, domenica scorsa, al termine della messa di Pentecoste celebrata dallo stesso Mamdouh. Poi da Amman un volo per Istanbul; e da lì un altro aereo per Malpensa. Una grande fatica, ripagata però da quel che ora stanno vivendo: «Ci ha accolto una famiglia milanese riservando per noi addirittura la stanza dei due figli – racconta Randa Abu Saada -. Nicolaus è stato contento perché ha la stessa età di loro figlio e giocano insieme. Ovviamente li abbiamo invitati in Palestina da noi». «I nostri ospiti, invece, hanno tre figli adottati, dei bambini indiani – racconta Heba Jarisseh – e ci troviamo benissimo».

Partecipare a un incontro internazionale di famiglie cristiane, per chi vive in un Paese mediorientale è una grande emozione: «In Palestina i cristiani sono solo l’1 per cento – spiega Randa -. Non vediamo mai tanti cristiani insieme, come avviene in questo incontro. Qui ci sono tante famiglie che credono in Gesù e si respira un bel clima di amicizia».

«Speriamo che un giorno un evento come questo possa essere tenuto in Palestina – continua Mamdouh –, che molte famiglie siano autorizzate a venire da noi e a conoscere la nostra situazione o che vengano anche semplicemente in pellegrinaggio. Da qui vogliamo portare a casa la fede e gli insegnamenti sulla famiglia, su come educare i figli, sulla necessità di rimanere uniti e di amarsi reciprocamente tra marito e moglie, come ci ha insegnato Gesù e di seguire gli insegnamenti della Chiesa. In Palestina le nostre famiglie hanno bisogno di rimanere più unite alla Chiesa di quanto non lo siano ora, per comprenderne gli insegnamenti».

Beit Sahour, in Terra Santa, è uno dei pochi villaggi rimasti, ad avere una percentuale di cristiani maggioritaria. «Sono oltre il 90 per cento – racconta Mamdouh – e il clima è così favorevole ai cristiani che ultimamente diverse famiglie di Betlemme e di Beit Jala hanno deciso di trasferirsi nel nostro comune. Il ruolo dei cristiani in Terra Santa è importante: siamo gente non violenta; quello che ripetiamo a tutti è che cristiani, ebrei e musulmani devono riuscire a vivere assieme poiché discendono dallo stesso padre Abramo e credono nello stesso Dio. Allora perché non viviamo in pace e ci sono ingiustizie tra noi? Tutti devono avere uguali diritti e doveri. Noi cristiani diciamo a tutti che vogliamo viere in pace; il modo in cui vogliamo vivere è l’amore».

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