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Olimpiadi 2012, cinque atleti per una bandiera (e uno Stato che non c’è)

Emma Mancini
19 giugno 2012
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Olimpiadi 2012, cinque atleti per una bandiera (e uno Stato che non c’è)

I giochi olimpici di Londra 2012 sono alle porte e l’entusiasmo degli sportivi di tutto il mondo è pronto ad esplodere. I palestinesi saranno rappresentati da cinque atleti. Il governo dell'Autorità Nazionale Palestinese conta anche su di loro per tenere desta l'attenzione mondiale alla causa di uno Stato libero e sovrano.


(Betlemme) – Una squadra nazionale senza uno Stato. La macchina organizzativa delle Olimpiadi di Londra 2012 è ormai calda, i giochi sono alle porte e l’entusiasmo degli sportivi di tutto il mondo pronto ad esplodere. Nelle piscine e ai blocchi di partenza degli 800 metri della capitale britannica, sventolerà anche la bandiera di uno Stato che non c’è: quella palestinese. Un caso unico quello degli atleti che rappresenteranno a Londra i Territori Palestinesi occupati: seppure tre quarti delle nazioni del mondo abbiano già riconosciuto la Palestina come Stato, sul terreno nulla è cambiato.

Ma lo sport riesce dove la politica e la diplomazia falliscono. E ai giochi olimpici in terra britannica saranno cinque gli sportivi palestinesi che scenderanno in campo: i nuotatori Sabine Hazboune e Ahmed Jibril, i corridori Woroud Sawalha e Bahaa al-Fara e il judoka Maher Abu Ramila. 

I cinque si stanno preparando all’evento fuori dai Territori, divisi tra Spagna, Qatar e Uzbekistan, in centri sportivi allestiti per loro dal Comitato olimpico palestinese. Da qualche anno, l’Autorità Nazionale Palestinese ha deciso di investire nello sport, convinta delle enormi potenzialità che la presenza nelle competizioni mondiali può giocare in campo politico: il governo di Ramallah è passato da un bilancio di 870 mila dollari l’anno di un decennio fa agli attuali 6 milioni. Lo sport come biglietto da visita, come ambasciatore della causa palestinese nel Globo.

«I giochi olimpici ci permettono di sollevare in alto la bandiera palestinese – ha commentato Al-Sayed Dawoud Metwali, membro del Comitato olimpico –. Vogliamo dimostrare che esistiamo come entità indipendente e che siamo presenti sulla scena internazionale».

Tra i cinque giovani atleti ci sono due ragazze: Sabine e Woroud. Quest’ultima correrà gli 800 metri con il velo, «per dimostrare – spiega – che una donna velata può fare sport e per incoraggiare altre donne a combattere la cultura tradizionale araba. La mia famiglia mi ha sempre incoraggiato, specialmente mio padre: grazie al suo continuo sostegno, il sogno di correre alle Olimpiadi è diventato realtà».

«La politica è un gioco, esattamente come lo sport». Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcistica e del Comitato olimpico palestinese, non usa mezzi termini. Da dietro la scrivania del suo ufficio, ci accoglie con la massima che ha coniato al momento del passaggio dai servizi di sicurezza ai vertici dello sport nazionale.

«Lo sport è il linguaggio più importante e conosciuto al mondo – spiega Rajoub –. Poco importa se uno Stato non esiste ancora: non sono la squadra olimpica e la nazionale di calcio a dover attendere lo Stato, è il futuro Stato a chiedere l’aiuto dello sport palestinese. Che è anche una macchina diplomatica. Come Federazione e Comitato olimpico, operiamo su tre livelli: primo, contribuire alla costruzione di uno Stato di fatto, attraverso istituzioni concrete come quelle sportive; secondo, fare pressioni sulla comunità internazionale perché riconosca il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione; e, terzo, promuovere la resistenza nonviolenta contro l’occupazione militare israeliana. Cosa c’è di più forte dello sport per giungere a simili obiettivi?».

Non mancano esempi concreti della potenza che un pallone, una rete di pallavolo o un canestro rivestono per un popolo intero: «Quando una nazionale straniera viene in Palestina per giocare – continua Jibril Rajoub – è come se aprisse gli occhi del proprio Paese sulla realtà che quotidianamente viviamo nei Territori: le restrizioni, il muro di separazione, i checkpoint, l’occupazione. Con una partita di calcio, si può sensibilizzare un intero Paese».

Tante le difficoltà, per lo più dovute alla mancanza di infrastrutture sportive, carenza sentita soprattutto nella Striscia di Gaza, stretta dall’embargo imposto da Israele, che ancora impedisce l’approvvigionamento di molte attrezzature. Secondo Rajoub «ogni società sportiva, dalla più grande alla più piccola, soffre la mancanza di infrastrutture e attrezzature, che riescono ad entrare in Cisgiordania e a Gaza con enormi difficoltà a causa dei severi controlli israeliani. Ma un grande aiuto arriva dall’estero: sono tante le Federazioni sportive e i Comitati olimpici all’estero che sostengono lo sport palestinese, inviando strumenti, esperti, allenatori». Persone e mezzi che fanno uscire la Palestina dall’angolo, perché in questo fazzoletto di terra appoggiata lungo il Mar Mediterraneo, lo Stato si fa allo stadio.

Ne è convinta anche Faima, una calciatrice undicenne. Nel campo del suo villaggio, Dura, si allena: si concentra, prende la rincorsa e spedisce il pallone dritto in porta. «Il calcio mi piace tanto – sorride timidamente, rispondendo alle nostre domande –. Faccio parte della squadra della mia scuola e di quella del mio villaggio. Mi piace studiare e sono brava a scuola. Ma da grande voglio diventare una giocatrice della nazionale della Palestina».

 

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