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Morto Shenuda, i pellegrini egiziani copti volano in Israele

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12 aprile 2012
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Morto Shenuda, i pellegrini egiziani copti volano in Israele
Un momento dei riti copti del Giovedì Santo a Gerusalemme. (foto M.A.B./Cts)

In concomitanza con la Settimana Santa ortodossa, centinaia di egiziani copti hanno ripreso a recarsi pellegrini in Terra Santa. Sfidano una proibizione a recarsi in Israele, proclamata nel 1979 dall'allora patriarca Shenuda III, da poco scomparso. Il divieto era motivato dalla solidarietà ai palestinesi. È ancora in vigore, ma forse non regge più.


(Milano/e.p.) – Lunedì scorso al Cairo un centinaio di egiziani copti si è imbarcato su un volo diretto a Tel Aviv infrangendo un divieto pronunciato a suo tempo dallo scomparso patriarca Shenuda III. A partire da venerdì 9 aprile – e lungo tutta la Settimana Santa dei copti, che celebrano la Pasqua domenica 15 aprile – numerosi voli dell’Air Sinai con destinazione Israele hanno a bordo anche pellegrini cristiani diretti ai santuari della Terra Santa. Lo riferisce online la testata elettronica Ahram.

L’organo di informazione cita fonti ufficiali dell’aeroporto internazionale del Cairo, secondo le quali i due voli realizzati venerdì scorso verso Israele trasportavano 104 passeggeri. «Si tratta di un fatto senza precedenti, da quando nel 1979 venne concluso il trattato di pace tra Egitto e Israele», spiegano dall’aeroporto, dove aggiungono che sono stati messi in programma due voli giornalieri. La notizia fa seguito alla recente morte del capo della Chiesa cattolica copta, papa Shenuda III, il quale, proprio nel ‘79, emanò un decreto per proibire ai copti di recarsi in Israele, in segno di solidarietà con i palestinesi sotto occupazione.

I pellegrinaggi dall’Egitto si erano già interrotti con la Guerra dei sei giorni, nel 1967. Negli undici anni successivi, con Israele ed Egitto ancora formalmente belligeranti, i viaggi rimasero impediti dalle leggi e dalla volontà politica dei due governi.

Con il trattato di pace firmato a Camp David (Usa) nel 1979 questi divieti erano caduti e il turismo israeliano in Egitto (in particolare verso le stazioni balneari del Golfo di Aqaba) fece registrare un vero e proprio boom, senza alcun effetto di reciprocità da parte degli egiziani.

Il trattato di pace fu molto impopolare in Egitto e così pure gli eventuali futuri pellegrinaggi a Gerusalemme da parte dei musulmani. Quelli dei copti ortodossi avrebbero invece potuto svolgersi regolarmente, contribuendo forse a normalizzare i rapporti tra i due Paesi, se Shenuda III non avesse firmato il decreto che li inibiva e che è tutt’oggi in vigore. Nei 33 anni che ci separano da quella firma la proibizione ha incassato tanto elogi quanto aspre critiche.

In Forbidden Pilgrimage («Il pellegrinaggio proibito»), un volume del 2009 dedicato all’argomento, Alexander Wamboldt dice che le ragioni per cui il divieto è stato mantenuto per tutto questo tempo non sono del tutto chiare. In ogni caso i favorevoli alla messa al bando (soprattutto membri del clero) lo vedono come il risultato di una somma di obiettivi e interessi ecclesiali, tra i quali rientrano anche le pacifiche relazioni tra i cristiani copto-ortodossi e la maggioranza musulmana in Egitto, ma anche l’espressione di una risposta di carattere etico al conflitto israelo-palestinese.

I contrari al divieto, praticamente tutti laici copti secondo Wamboldt, ritengono che il pellegrinaggio possa giovare alla salvezza dei fedeli. Ragion per la proibizione viene considerata inappropriata (una decisione politica presa da un’istituzione apolitica) o mossa da considerazioni etico-umanitarie che, benché nobili, dovrebbero essere lasciate unicamente alla coscienza personale.

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