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Gesù e i Vangeli in rapporto al giudaismo

Daniele Civettini
27 febbraio 2012
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Cristo è innanzitutto un ebreo. Ma fino a che punto? Per comprenderlo può essere utile la lettura di L’ebraicità di Gesù e dei Vangeli, ultimo autorevole lavoro di Alberto Mello, docente di esegesi e teologia presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Il testo apre la collana «cristiani ed ebrei», un progetto ispirato alle indicazioni del Concilio in relazione al dialogo tra l’antico e il nuovo Israele.


«E voi, chi dite che io sia?». Posta a bruciapelo agli uomini di ieri e di oggi, la domanda sull’identità di Gesù di Nazaret è quella pietra di paragone per cui cristiani ed ebrei sono chiamati al confronto e che esclude, fino alla fine del mondo, la possibilità di quel «buon» vicinato dove, pur con la dovuta gentilezza, ci si ignora. Il problema è soprattutto cristiano: Cristo è innanzitutto un ebreo. Ma fino a che punto? Per chi cerca Dio barcamenandosi tra il Gesù della fede e il Gesù della Storia, il rischio è duplice: si può sottovalutare l’ebraicità di Cristo e smarrire così il senso delle realtà raccontate o presupposte dal Nuovo Testamento, oppure ci si può immergere nella storicità del Messia cristiano fino al punto di non riuscire più a scorgere, nei lineamenti del profeta galileo, anche il Figlio di Dio (nel senso «niceno», sostanziale e non soltanto onorifico, del termine).

Per non perdere la bussola mentre si guarda l’albero dalle radici, può essere utile la lettura di L’ebraicità di Gesù e dei Vangeli (Edb), ultimo autorevole lavoro di Alberto Mello, monaco di Bose che insegna esegesi e teologia presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Il suo volume apre la collana «cristiani ed ebrei», un progetto profondamente ispirato alle indicazioni del concilio Vaticano II in relazione al dialogo tra l’antico e il nuovo Israele, che si propone di rendere accessibile ai cristiani non specialisti una conoscenza ben impostata, quantunque non esaustiva, dei fondamenti dell’ebraismo.

Il volume di Mello, che spesso si rifà a un testo fondamentale della letteratura ebraica su Cristo come Jesus di David Flusser, in poche pagine restituisce un volto di Gesù più profondo, forse più problematico, irriducibile ma inseparabile dall’ambiente circostante compresso sotto il giogo romano e ricco di conflitti interni e spunti dottrinali e politici. Per chi non è pratico della Palestina di duemila anni fa, può risultare sorprendente come su punti anche decisivi (il sabato, il divorzio, la preghiera, la purità, persino la risurrezione, per fare qualche esempio), le opposizioni tra Gesù e i suoi conterranei siano assai relative o apparenti, proprio come se ogni contenuto sviluppato o sottinteso dai Vangeli presentasse, se non un corrispettivo, almeno un elemento di forte continuità una volta nella letteratura essena, un’altra nella cultura farisaica, un’altra nei «gesta» dei chassidim o di figure come Giovanni Battista, difficili da inquadrare ma mai «esterne» rispetto al composito humus ebraico.

Dopo la prima parte dedicata a Gesù, nella sua seconda sezione il volume si occupa più precisamente dei Vangeli, sempre tramite paragrafi concisi che accennano ora alla loro genesi, all’ambiente di formazione, ai rapporti interni, ora ad alcune discussioni filologiche tuttora vive (come quella sulla teoria «delle due fonti», contro cui Mello prende chiaramente posizione). In questa parte l’attenzione si rivolge anche ad alcuni problemi di portata storica, oltre che teologica o esegetica, come la dolorosa questione dell’antigiudaismo nei Vangeli – segnatamente in quello di Giovanni – e come la cosiddetta «teologia sostitutiva», per cui i Vangeli legittimerebbero apertis verbis (per esempio in Matteo 21, 43) il decadere dell’antico Israele rispetto alla Chiesa nascente, quasi che quest’ultima, ormai autosufficiente nel rapportarsi con il Cristo rivelato, possa implicitamente tagliare i ponti con i «fratelli maggiori» ebrei. Al contrario di quel noto padrone di casa, che sa trarre dal suo tesoro cose nuove e cose antiche…

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