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Gaza, una Striscia al freddo e al buio

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24 febbraio 2012
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Gaza, una Striscia al freddo e al buio
Famiglia di Gaza nell'oscurità.

Gaza è di nuovo sull’orlo di un’emergenza umanitaria. Da quando, il 12 febbraio scorso, si sono prosciugati i rifornimenti di gasolio egiziano per l’unica centrale in funzione nella Striscia, un milione di palestinesi piombano ogni sera nelle tenebre, senza luce, televisione, riscaldamento. Come si è arrivati a questa situazione?


(Milano/l.b.) – Gaza è di nuovo sull’orlo di un’emergenza umanitaria. Da quando, il 12 febbraio scorso, si sono prosciugati i rifornimenti di gasolio egiziano per l’unica centrale in funzione nella Striscia, un milione di palestinesi piombano ogni sera nelle tenebre, senza luce, televisione, Internet, riscaldamento. L’elettricità è contingentata a poche ore, gli ospedali vanno avanti al minimo, solo con le operazioni chirurgiche più urgenti e rimandando tutto il resto; per circa 100 neonati in incubatrice e 400 pazienti in dialisi la vita è appesa ad un filo; le pompe di benzina sono a secco, e l’acqua potabile, estratta per lo più con le pompe, è divenuta un bene prezioso. Il capo del governo di Hamas, Ismail Haniyeh, volato al Cairo nei giorni scorsi, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con il governo egiziano per porre fine alla crisi energetica. Le forniture riprenderanno presto, ha promesso. Ma intanto, se non fosse intervenuta negli ultimi giorni la Croce Rossa con 150 mila litri di carburante donati al ministero della Salute, i 13 ospedali di Gaza avrebbero dovuto chiudere; adesso hanno comunque i giorni contati, al massimo dieci.

Come si è arrivati a questa situazione? I motivi sono più di uno: innanzitutto il blocco israeliano che, a partire dal 2007, ha spinto il governo di Hamas ad affidarsi all’importazione di gasolio dall’Egitto attraverso i tunnel sotterranei della frontiera di Rafah. Contrario a qualsiasi dialogo con Israele, il movimento di Hamas ha finito però per vincolare la Striscia a un unico canale di approvvigionamento quanto mai precario e incerto, senza rendersi conto che poteva incepparsi in ogni momento. Infatti l’instabilità politica post-rivoluzionaria in Egitto, e la mancanza di sicurezza nel Sinai hanno bloccato del tutto un sistema di distribuzione in cui molti – riferiscono i media palestinesi più indipendenti – si sono arricchiti per anni, da una parte e dall’altra della frontiera. Nelle scorse settimane, i rifornimenti sono rallentati, fino a uno stop pressoché totale. E qui è cominciato un balletto di accuse tra esponenti di Hamas e di Fatah, con i primi che accusavano i secondi di non aver mosso un dito per aiutare i «fratelli» di Gaza, e i secondi che rimproveravano ai primi un’assoluta irresponsabilità.

«La gente a Gaza è molto depressa. Ha un governo che se ne occupa poco e che pensa a scaricare la responsabilità addosso a tutti gli altri tranne che su se stesso. L’attuale crisi energetica è il risultato di una totale dipendenza da tunnel inaffidabili», spiega un cooperante internazionale all’agenzia di notizie palestinese Ma’an. Si tratta ora di vedere se l’accordo siglato al Cairo da Haniyeh riuscirà a riportare un minimo di normalità per la martoriata popolazione della Striscia tornata, ancora una volta, a ritroso nel tempo. In molte case ci si scalda con il carbone, come due secoli fa. Il black-out elettrico ha portato allo stremo la gran parte di Gaza. Dalla crisi si sono salvati solo gli abitanti delle estremità meridionale e settentrionale della Striscia, ancora collegati alla rete elettrica israeliana, e la città di Rafah, nel profondo sud, che in qualche modo riceve la corrente dall’Egitto.

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