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Natale ed Epifania tra Oriente ed Occidente

Edoardo Arborio Mella
25 novembre 2011
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Natale ed Epifania tra Oriente ed Occidente
Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (dettaglio), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Il ciclo liturgico di Natale ed Epifania muove essenzialmente da due tradizioni: quella occidentale che ha dato vita alla festa del Natale e quella orientale che si è sviluppata nella festa dell’Epifania. Le nostre informazioni al riguardo sono ovviamente frammentarie, spesso congetturali, basate su accenni negli scritti degli autori antichi e raramente su rubriche liturgiche non sempre facili da interpretare. Ma a partire da questi dati è possibile ricostruire una storia con molti «forse».

Occorre ricordare innanzitutto che l’epoca del grande sviluppo della liturgia cristiana inizia nel IV secolo, a seguito della cosiddetta pace costantiniana. È sostanzialmente in quel secolo, contraddistinto da una creatività liturgica definita da qualcuno «forsennata», che si forma il ciclo di Natale ed Epifania: fino ad allora tutto il culto era concentrato sul mistero pasquale.

In occidente i primi cenni della presenza di una festa del Natale del Signore celebrata il 25 dicembre risalgono alla prima metà del IV secolo. La festa veniva celebrata a Roma e passò subito nel resto d’Italia, forse in Spagna e nella provincia d’Africa (che non comprendeva l’Egitto), ove si ricordava pure, lo stesso giorno, l’adorazione dei magi con la strage degli innocenti. Forse una chiesa appena emersa da un’età di persecuzioni sentiva il bisogno di ricordare assieme la nascita di Gesù per il mondo e il suo immediato rifiuto. La data del 25 dicembre dipende probabilmente dalla festa pagana del solstizio d’inverno, che cominciava appunto nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. Da circa un secolo quest’ultima aveva acquistato risalto a Roma, a causa del diffondersi e talvolta dell’ufficializzarsi del culto persiano di Mitra, identificato con il sole, e del nascente culto della persona dell’imperatore: era la festa del Natale invitto, del sole che rinasceva ricominciando a crescere dopo la diminuzione invernale delle giornate. Cristo fu quindi annunciato come il vero sole di giustizia che nasceva nel mondo, in un simbolismo ben comprensibile a chi era plasmato da quella cultura.

Abbiamo notizia di un’altra data: il teologo e filosofo cristiano Clemente Alessandrino riferisce di una tradizione presente in Palestina e in Egitto durante la sua vita, all’inizio del III secolo, dunque circa un secolo prima delle prime attestazioni del 25 dicembre in Occidente. Essa datava la nascita di Gesù al 20 maggio; altre notizie di area palestinese o egiziana pongono attorno a questa data la memoria della fuga in Egitto e della strage degli innocenti. Ricordo biografico? Come che sia, due secoli dopo l’attestazione di Clemente Alessandrino ogni traccia della memoria del 20 maggio sembra sparita, benché rimangano talvolta in quel periodo le memorie connesse dette sopra. Il giorno della nascita di Gesù era ormai divenuto in tutto l’Oriente il 6 gennaio, la festa dell’Epifania.

Eccoci dunque alla seconda data-chiave di questo tempo liturgico, il 6 gennaio. Incerta è l’origine della data. Quanto al nome «epifania», esso indica un’origine orientale: è termine greco che significa «manifestazione». Manifestazione di che cosa? La festa è già nota in area siriaca nella seconda metà del III secolo, poi verso la fine del IV secolo in Palestina e in Egitto come celebrazione della manifestazione di Gesù nella carne, cioè della sua nascita e dell’adorazione dei magi. In Egitto e forse in Siria si ricordava anche, forse per trasposizione di un precedente rito pagano sulle acque, il battesimo di Gesù, e talvolta il miracolo di Cana.

Avvenne poi che in Siria e in area costantinopolitana verso la fine del IV secolo si introducesse il Natale occidentale del 25 dicembre. Ciò provocò un mutamento di significato nella festa del 6 gennaio, che divenne memoria del solo battesimo. Il termine venne così a significare la manifestazione alle folle del Giordano da parte della voce celeste della filiazione divina di Cristo. Lo stesso avvenne in Egitto nella prima metà del V secolo, e alla stessa epoca in Palestina, salvo che qui la festa occidentale durò poco (il che avrà una conseguenza, come si dirà più avanti) e vi rientrò più tardi, forse in conseguenza di un decreto imperiale della seconda metà del VI secolo. A questo punto dappertutto in oriente il 6 gennaio era divenuto la festa del battesimo di Gesù. Tale è a tutt’oggi il significato unico di questo giorno nel mondo ortodosso.

Curiosamente sembra che il 6 gennaio come memoria della Natività fosse presente nella seconda metà del IV secolo anche in Gallia (attuale Francia), unica regione occidentale. Ma già prima della metà del V secolo la nascita era celebrata in un giorno precedente (forse il 25 dicembre del resto dell’Occidente), il che mutò anche qui il carattere del 6 gennaio: ma non, come in Oriente, conferendogli il carattere di memoria del battesimo, bensì facendogli ricordare la visita dei magi, il battesimo e il miracolo di Cana: i «tre segni» che ancora oggi vengono cantati nelle antifone del Benedictus e del Magnificat durante la celebrazione dell’Epifania in Occidente.

Sì, perché come il Natale del 25 dicembre entrò in Oriente, così l’Epifania del 6 gennaio entrò in Occidente. Con questa particolarità: che l’evento centrale con essa celebrato in Occidente non divenne il battesimo, bensì la visita dei magi, talvolta con una menzione degli altri due eventi citati. In Italia alla metà del V secolo sono conosciuti i tre eventi; in Spagna alla fine del IV secolo si ricordano i magi e la strage degli innocenti; a Roma e in Africa nel V secolo solo i magi, ma più tardi anche gli altri due eventi.

Troppi dati ci sfuggono perché si possa dire qualcosa di preciso sui passaggi e sui mutamenti intervenuti. Forse quando l’Occidente, che già aveva il 25 dicembre, cominciò ad adottare l’altra festa, isolò quella parte, o quelle parti, presenti nelle primitive Epifanie orientali per la propria Epifania. O al contrario, una Chiesa occidentale che celebrava la Natività il 6 gennaio (come abbiamo visto accadere in Gallia) può aver adottato l’uso romano del 25 dicembre e lasciato la parte relativa ai magi all’antica festa; l’uso si sarebbe poi esteso al resto del mondo occidentale.

Il visitatore della Terra Santa può rendersi conto facilmente dell’importanza che queste ricorrenze hanno per le Chiese locali. Le liturgie cattoliche non riservano sorprese ai cattolici. Particolarmente nota è l’Eucaristia notturna del patriarca latino presso la chiesa dei francescani a Betlemme, che riveste un carattere di ufficialità. Quanto agli eventi delle Chiese orientali, per capirli occorre tener presenti due fatti. Il primo è che, in seguito alla mancata riforma del calendario giuliano da parte di quelle Chiese, il loro calendario liturgico è in ritardo di tredici giorni rispetto al nostro. Così il loro 25 dicembre corrisponde al nostro 7 gennaio. Essi dunque, solo per motivi calendaristici, celebrano il loro Natale quasi in concomitanza con la nostra Epifania. Il 6 gennaio (per loro il 24 dicembre) vi è a Betlemme la grande festa popolare dell’ingresso dei capi delle Chiese orientali nell’antica basilica della Natività. La massima solennità è riservata all’ingresso del patriarca e dei vescovi ortodossi, che avviene nella tarda mattinata con festoso accompagnamento di tamburi e cornamuse. Seguono, nella notte, le liturgie, celebrate da ogni chiesa al proprio altare. Il giorno dopo (il nostro 7 gennaio) ha luogo il ritorno a Gerusalemme. Poi, il 6 gennaio del calendario giuliano, corrispondente al 18 del nostro, vi è la celebrazione dell’Epifania, cioè del battesimo di Gesù: il giorno prima o il giorno stesso, ogni Chiesa si reca al Giordano, ciascuna al proprio luogo, passando attraverso i campi minati con il permesso, la sorveglianza e la protezione dei militari. Alla celebrazione ortodossa, in particolare, convergono diverse decine di pullman da ogni parte di Israele e della Cisgiordania. Si benedice l’acqua e se ne porta nelle proprie chiese e case.

Il secondo fatto da tener presente è che nel quadro sopra accennato vi è un’eccezione: la Chiesa armena. Essa infatti, viva nella chiesa di Gerusalemme fin dall’inizio della propria esistenza e in essa radicata per la propria tradizione liturgica più antica, al pari di essa non accolse l’inserzione del 25 dicembre nel calendario; e quando poi le due Chiese si separarono definitivamente, mantenne, tranne che per un breve periodo nel VI secolo, il calendario di un tempo: conservò quindi all’Epifania l’antico significato di memoria della Natività, e in un desiderio di fedeltà alla propria tradizione monofisita valorizzò in essa la memoria del battesimo, già anticamente presente, lo si è accennato, in diverse Chiese orientali. Ribadì così liturgicamente, racchiudendola in un’unica festa, l’unica natura (perché questo significa il termine monofisismo) di Gesù uomo manifestato nella nascita a Betlemme e di Gesù Dio manifestato nella voce celeste durante il battesimo. A ulteriore legittimazione dell’usanza si aggiunse con il tempo una precisazione storica: il battesimo di Gesù avvenne il giorno stesso della sua nascita, esattamente trent’anni dopo. Ciò a partire da un’esegesi, ai nostri occhi certo un po’ forzata, di Luca 3,21-23. Conseguenza visibile di tutto ciò è che la Chiesa armena è del tutto assente dalla festa orientale del Natale a Betlemme, e che in occasione della festa dell’Epifania essa non si reca al Giordano bensì a Betlemme, ove fra la sera e la notte celebra nella basilica i due misteri sopra enunciati.

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