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Incontro, il nome vero del dialogo

padre Gwenolé Jeusset ofm
25 novembre 2011
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Poco prima di una conferenza che dovevo tenere in Francia, mi era stato annunciato l’arrivo di un sacerdote deluso dal dialogo con alcuni musulmani. Giudicando la situazione in Turchia più facile della sua, cosa su cui posso dargli ragione, non si dimostrò per nulla sensibile ai miei propositi sull’incontro, e me lo disse chiaramente. Aveva bussato alla porta dell’imam del suo quartiere e se l’era presa perché non c’era stato dialogo.

Anche se avevo insistito sul termine «incontro», non c’era stato verso: sentiva solo il termine «dialogo»! Nel pubblico, un musulmano avanzò le proprie riserve e propose di rivederlo. In disparte, il sacerdote mormorò: «Ma quale dialogo?». Bella domanda, in effetti. In ogni caso, chi desidera incontrare qualcuno mantenendo i suoi pregiudizi, per dovere e senza entusiasmo, rischia di andare incontro… al fallimento. Ho sempre voglia di dire a coloro che si riempiono la bocca del termine «dialogo» (per rifiutarlo): «Come nei film western si rinfodera la pistola, rinfoderate il vostro dialogo. Non fate di questa parola un’arma. Piuttosto, andate ad incontrare». Ci sono già abbastanza luoghi nel mondo in cui i cristiani, minoritari, soffrono di non poter vivere in pace, per non fare nemmeno un tentativo di vivere insieme laddove è possibile.

Nel nome del dialogo, preso come un dogma che ne esclude i preliminari necessari, si perde l’occasione di molti incontri. Parlare di dialogo prima di un vero incontro tra uomo e uomo significa semplicemente «mettere il carro davanti ai buoi». Il dialogo è una questione troppo seria per non rispettarne i preliminari. Voler saltare la fase dell’incontro è un’illusione. Per qualcuno, la scusa di questa fretta è il vivo desiderio di convivenza; per qualcun altro è il rifiuto, spesso inconsapevole, di una rimessa in discussione della propria irriducibile visione negativa. Quando ci crediamo pieni di buona volontà e di buone intenzioni, mentre invece da parte dell’altro c’è meno convinzione, tutto dovrebbe svolgersi senza difficoltà. Ecco qui il riflesso di una buona coscienza che non è molto evangelica.

«Beati gli operatori di pace» non è, per quanto ne sappia, il diploma conferito agli idealisti; è la benedizione data dal Maestro a quegli uomini e a quelle donne disposti a vivere il suo comandamento dell’amore nelle situazioni di precarietà sociale o religiosa. La fragilità dei primi contatti non richiama la facilità.

Per quale dialogo, diceva questo sacerdote? «Ma no, padre, non punti a un dialogo, cerchi invece l’incontro con un uomo diverso da lei, con le sue qualità e i suoi difetti, i suoi limiti e la sua ricchezza». Tutto questo merita di non rassegnarsi ai primi incontri infruttuosi e anche se con questi è un continuo fallimento, non generalizziamo, tentiamo con altri un approccio fraterno. Nemmeno nel nostro campo le persone sono sempre aperte e disponibili. A volte anche persone che, in altri contesti, vivono il Vangelo, si arrestano di fronte alle barriere delle classi sociali, delle nazioni o delle religioni.

Sarebbe incongruo reclamare questo sforzo dai cristiani che in alcuni luoghi vengono quotidianamente disprezzati, ma dovremmo comunque portarli a raccontare la loro vita ai vicini. Ne sono rimasto più di una volta sorpreso e impressionato. Non è grazie ai «dialoghi», ma grazie a questi incontri che riescono comunque a convivere. Sarebbe preferibile lasciare i nostri fratelli e sorelle in piedi nella tormenta dicendo loro che li sosteniamo nelle loro amicizie, e preparare l’avvenire, da loro o da noi, in un incontro animato dall’ascolto fraterno.

(traduzione di Roberto Orlandi)

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