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L’infermeria dell’anima

Giorgio Bernardelli
25 novembre 2011
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Di anni ne ha ottanta, ma della sua «creatura» ti parla con l’entusiasmo di un giovane papà. O di chi in queste mura ci ha messo dentro la passione di una vita intera. È un pomeriggio di un sabato assolato quando incontriamo padre Pasquale Rota, nel nuovo Centro di spiritualità dei frati cappuccini, che ha aperto i battenti da pochi mesi in un angolo della moderna Gerusalemme ebraica. Sono capitato all’improvviso, ma questo anziano ma vitalissimo bergamasco di Almenno San Salvatore, mi regala con gioia due ore del suo tempo. Per parlare di questa grande struttura intitolata a Gesù «luce del mondo» che ha tra i suoi obiettivi anche una missione del tutto particolare: offrire a Gerusalemme un luogo di ricarica per quei sacerdoti che vivono un momento di difficoltà nel loro ministero.

Ma merita assolutamente di essere raccontata dall’inizio la storia di questo posto. Perché in teoria erano arrivati già nel 1930 i frati cappuccini a Gerusalemme: a invitarli era stato il patriarca latino di allora, Luigi Barlassina; e l’Ordine aveva accettato, avviando i lavori per la costruzione di un grande convento nel quartiere di Talbyie, allora ancora arabo. Il progetto era quello di creare uno studentato per i giovani frati libanesi che venivano a Gerusalemme a studiare le scienze bibliche. Ma a mandare all’aria i piani ci pensò la guerra: quando i lavori stavano finalmente per essere ultimati i religiosi furono costretti ad andarsene. A Gerusalemme rimase solo il custode arabo della struttura, che continuò ad abitarne una piccola porzione; il resto fu invece requisito dagli inglesi.

«La sala di studio l’hanno inaugurata loro, mettendoci dentro cinquanta asini bianchi… – sorride padre Pasquale -. Poi è diventata una prigione. Infine, dopo il 1948, con lo Stato di Israele, l’ex studentato è diventato il manicomio di Gerusalemme».

È stato verso la metà degli anni Ottanta che i cappuccini hanno ricominciato a pensare a una loro presenza nella Città Santa. «Io a quell’epoca ero da vent’anni nel Maranhão, in Brasile, lavoravo con i lebbrosi – ricorda Rota -. Facevo però anche la radio e la televisione, avevo una mia trasmissione, molto seguita. Finché padre Flavio Roberto Carraro, allora ministro generale, mi ha chiamato e mi ha chiesto di venire qui a Gerusalemme. Ho obiettato che non potevo, che avevo tanto da fare in Brasile; ma poi mi sono messo nelle mani del Signore».

Così nel 1987 padre Pasquale, da solo, arriva a Gerusalemme. «Il manicomio c’era ancora, da fuori si sentivano le grida – continua -. Mi avevano dato le chiavi della parte dove abitava il custode, ormai anziano; sarei potuto entrare e rivendicare subito la nostra proprietà. Ma non l’ho fatto. Ho chiesto ospitalità ai frati minori della Custodia, che mi hanno accolto in una maniera stupenda. Fino al giorno in cui ho bussato alla porta e ho chiesto di essere accolto come fratello: sono andato a vivere con queste persone malate che erano rimaste lì tutti questi anni».

Intanto però, intorno, Talbyie era cambiata: si era trasformata in un quartiere residenziale, erano sorti i grandi alberghi a quattro o cinque stelle in questo angolo verde a poche centinaia di metri dal mulino di sir Moses Montefiore. Ma il manicomio – come gran parte degli ospedali psichiatrici, a ogni latitudine – versava comunque in uno stato pietoso. E intorno gli appetiti immobiliari si moltiplicavano: a padre Pasquale arrivavano inviti, neanche troppo cortesi, a vendere tutto. «Nel 1994 scadeva il contratto d’affitto. Che fare? – racconta il frate bergamasco -. Mi sono messo nelle mani di san Giuseppe, perché se non siamo uomini di preghiera siamo dei falliti. Ma ho anche incontrato due bravissimi avvocati ebrei, che mi hanno suggerito la strada giusta: non abbiamo chiesto indietro nulla, per non imbarcarci in cause legali senza fine. Ci siamo limitati ad adeguare il prezzo dell’affitto ai valori di mercato di questa zona di Gerusalemme. In un colpo solo il canone è aumentato di quindici volte: piuttosto che pagare una cifra del genere per il manicomio, ce l’hanno ridato indietro…».

Così i cappuccini si sono ritrovati di nuovo proprietari di un’area da 2.700 metri quadri, in una zona prestigiosissima; ma con un edificio ormai in condizioni inimmaginabili. E a quel punto è venuta buona un’altra amicizia di vecchia data di padre Pasquale, quella coi fratelli Rota Nodari: Renzo – il costruttore del Kilometro Rosso, il polo tecnologico di eccellenza che sorge accanto all’autostrada a Bergamo – e suo fratello Cesare, architetto. Il frate ci ha messo l’idea della casa di spiritualità; loro il cemento, le soluzioni tecniche e anche qualche amico artista. Il risultato è la struttura inaugurata nel settembre 2010: un luogo dove anche la via della bellezza è un modo per far incontrare Gesù «luce del mondo». Senza dimenticare il passato di questa struttura travagliata: «Il nartece della chiesa l’abbiamo ricavato da quelli che erano il garage e la cucina del manicomio – spiega padre Pasquale -. E su un gradino arrugginito di una vecchia scala a chiocciola ho scritto con la vernice quello che vuole essere il messaggio centrale di questo posto: “Dio ti ama”». Ci sono poi anche una sala conferenze, la biblioteca e un grande spazio per incontri all’aperto, perché anche Gerusalemme qui deve parlare.

Il tutto per dire che cosa? «Non vuole essere una Guest House come le altre – si infervora Rota -. Certo, sarà anche un punto d’appoggio per i giovani cappuccini che vengono qui a studiare. Ma l’idea principale è quella di un luogo di spiritualità rivolto soprattutto ai sacerdoti. Vogliamo mettere a disposizione dei frati – e di tutti gli altri preti che lo desiderano – un posto per un tempo sabbatico di revisione della propria vita. Io, di un medico che dopo dieci anni non si ferma a rivedere come vive la propria professione, non mi fido. Figuriamoci di un frate…».

In questa prospettiva si inserisce anche il tema dei sacerdoti in difficoltà: «A chi viene qui in situazioni di crisi – continua padre Pasquale – offriamo riservatezza. Qualche settimana fa c’era qui uno di questi confratelli: alla sera non concelebrava insieme agli altri, ma in una città come Gerusalemme non è un fatto così strano. L’unico a sapere il vero motivo ero io».

Il tutto con grande semplicità, senza grandi trattati di psicologia, ma facendosi in quattro perché l’incontro con la persona di Gesù sia al centro. «Ho accompagnato tanti gruppi di pellegrini in questi venticinque anni in Terra Santa. L’esperienza più bella – confessa padre Rota – è vedere quelli che da Gerusalemme se ne vanno con il desiderio non tanto di qualcosa, ma di Qualcuno. È intorno a questa idea che abbiamo costruito il centro Io sono la luce del mondo: non si viene a Gerusalemme per conoscere la Terra Santa, ma il Santo della Terra. E, mettendoci davanti al suo volto, lasciare che sia Lui a curare le nostre ferite».

Il Centro di spiritualità dei frati cappuccini Io sono la luce del mondo si trova a Gerusalemme in Disraeli Street n. 16. tel. 00972.2.65.16.906 email: csfb@yahoo.it

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