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Medio Oriente ed ecologia della libertà

mons. David M. Jaeger ofm
25 novembre 2011
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Cosa possiamo dire del Medio Oriente in ebollizione? Forse poco, molto meno di tanti altri, e non solo perché tra oggi e l’arrivo della rivista nelle vostre mani può ancora succedere di tutto (o niente)…

Sono stupito, a dir la verità, dalla superficialità di tanti commenti in Occidente. Leggendo i più si potrebbe pensare che, con la «Primavera Araba» si sia giunti alla «fine della storia» (del Medio Oriente, in questo caso), come qualche entusiasta avrebbe battezzato il crollo del blocco sovietico, pensando ad un tempo fuori del tempo, in cui niente più potrà «avvenire», tanta la contentezza e la tranquillità in cui oramai sarebbe versata l’umanità… Non in malafede, ma anzi per eccesso di bontà, ovverossia per una visione troppo semplicistica dei complessi meccanismi e delle arcane dinamiche delle storie delle umane società.

Già nella Siracusa dell’antichità c’era chi ammoniva che la caduta del tiranno poteva non coincidere necessariamente con la fine di ogni tribolazione, ma che anzi avrebbe potuto essere seguita da condizioni ancor peggiori. Edmund Burke, d’altro canto, ammoniva i contemporanei di fronte all’immenso entusiasmo suscitato dalla Rivoluzione francese, che poi si sciolse in fiumi di sangue. In altre parole, pensando ora in particolare al Medio Oriente, la caduta di determinate dittature non è detto che sia sempre (e subito) seguita dalla democrazia liberale.

Nel Medio Oriente di oggi, il pericolo infatti non è che i poco simpatici regimi caduti o cadenti siano seguiti dal sanguinoso estremismo ateo sul modello della Rivoluzione francese degenerata nel «Terrore», ma piuttosto che ordinamenti più o meno «laici» siano sostituiti da una teocrazia almeno tendenzialmente oppressiva. I paradossali esempi oramai non mancano. Nell’Afganistan, dopo l’intervento sovietico del 1979, l’Occidente riversava risorse belliche sulla resistenza jihadista al predominio comunista, solo per vederla diventare in seguito un vasto campo di addestramento per la jihad qaedista diretta contro lo stesso Occidente ed insieme la piattaforma per un regime estremamente più oppressivo: quello dei talebani, ai danni dei poveri afgani.

E che dire del chiaroscuro iracheno, dove ad una sorta di democrazia sui generis si sarebbe accompagnato il sensibile peggioramento della condizione delle donne e dei cristiani? Della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, si può per il momento solo riconoscere l’altalenarsi di tenaci speranze, di gravi timori e continue incertezze.

Bene, direte, ma la conclusione qual è? Forse compiacerci del perdurare in altri Paesi di regimi che non avremmo mai tollerato nei nostri? Compiacerci forse proprio no, ma piuttosto lasciare alle diverse nazioni di trovare ciascuna la propria strada verso la maturità; lasciare che il desiderio di libertà nell’animo dei popoli cresca organicamente nel proprio suolo, si alimenti attraverso propri nutrienti, maturi naturalmente fino a fiorire e portare frutto nel proprio ambiente – invece di irrompervi ed accelerarne innaturalmente i ritmi con i nostri rapidi interventi politici e militari. Forse occorre una «ecologia della libertà» capace di non ricorrere all’uso di «semi geneticamente modificati».

«Forse», ripetiamo. Perché la nostra differenza, rispetto a tanti altri, sta proprio in questo: nel non credere di capire tutto delle culture, dei popoli e delle nazioni. Perché diversamente da molti osservatori, sappiamo di poter anche sbagliare.

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