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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Nuovi sfregi ai luoghi di culto

Giorgio Bernardelli
7 ottobre 2011
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La moschea del villaggio di Tuva - in Galilea - data alle fiamme all'alba di lunedì scorso. La Tomba di Giacobbe a Nablus coperta di svastiche la notte di mercoledì. In questo autunno caldo in Terra Santa ci mancava solo l’oltraggio ai simboli religiosi. Gesti che in queste ore vengono condannati, ma che probabilmente richiederebbero qualcosa in più delle parole...


La moschea del villaggio di Tuva – in Galilea – data alle fiamme all’alba di lunedì scorso. La Tomba di Giacobbe a Nablus coperta di svastiche la notte di mercoledì. In questo autunno caldo in Terra Santa ci mancava solo l’oltraggio ai simboli religiosi. Gesti che in queste ore vengono condannati, ma che probabilmente richiederebbero qualcosa in più delle parole.

Non è stato infatti un episodio isolato quello avvenuto in Galilea. Come racconta bene Aziz Abu Sarah nell’articolo a cui rimandiamo qui sotto, sono ormai due anni che i roghi delle moschee sono diventati una bandiera dell’ala violenta della destra israeliana. Cioè dei fanatici dell’operazione Price tag, «Paga il prezzo», di cui abbiamo già parlato altre volte in questo spazio: a ogni «sgarbo» compiuto contro i coloni (comprese le – rare – rimozioni di piccoli insediamenti che risultano essere illegali per la stessa legge israeliana, operate dall’esercito con la stella di Davide) questi gruppi reagiscono facendo «pagare il prezzo» agli arabi. E oltre a tagliare ulivi o a danneggiare proprietà altrui, si scagliano anche contro le moschee lasciando la scritta Price tag come firma. Solo che fino ad ora era sempre successo nei Territori palestinesi, cioè lontano dagli occhi dell’israeliano medio. E come era finita? Con le scontate dichiarazioni di condanna, ma senza alcun arresto dei responsabili: come scrive infatti Aziz, l’efficientissima intelligence israeliana in questi casi non era finora riuscita a scoprire nulla. Questa volta, però – per vendicare la morte di un colono rimasto ucciso insieme a suo figlio dopo aver perso il controllo della sua auto, fatta oggetto di lanci di pietre da parte di alcuni palestinesi – quelli dell’operazione Price tag hanno compiuto un salto di qualità. Perché la moschea distrutta stavolta si trova a Tuva, un villaggio beduino del Nord della Galilea, quindi non nei Territori, ma sul suolo di Israele. Così, questa volta almeno, una persona è stata fermata: pare che sia un giovane di appena diciotto anni.

Come è facile immaginare l’incendio ha messo in subbuglio gli arabi israeliani: è da lunedì, ormai, che la tensione è altissima e che le istituzioni di Israele ripetono parole di condanna per il gesto. Lo ha fatto immediatamente il premier Benjamin Netanyahu; il presidente Shimon Peres si è recato personalmente a Tuva, accompagnato dai due rabbini capo, quello sefardita e quello ashkenazita; e anche molte voci dell’ebraismo ultraortodosso hanno espresso pubblicamente la loro condanna dicendo che è contro i valori dell’ebraismo bruciare una moschea. Gesti e parole importanti, indubbiamente. Però c’è un aspetto che non si può fare finta di ignorare: dove si trova il villaggio di Tuva? A pochi chilometri da Tzfat (Safed). E chi è il rabbino capo di Tzfat? Proprio quello Shmuel Elyahu balzato all’onore delle cronache per l’invito a non affittare case agli arabi e per tante altre prese di posizione dello stesso tenore. Tra le parole di condanna per il rogo della moschea non abbiamo sentito le sue. E abbiamo il fondato sospetto di non essere stati noi particolarmente distratti. E allora – tenendo presente anche la giovane età del presunto attentatore – non si dovrebbe porre anche in questo caso in maniera chiara la questione dell’incitement, l’incitamento alla violenza? O vale solo per l’arcinota questione dei libri di testo palestinesi?

Mercoledì notte, poi – puntuale – è arrivato l’altro gesto, di segno opposto: l’oltraggio alla Tomba di Giuseppe a Nablus, cioè nei Territori palestinesi. Anche questo un segnale molto inquietante: la Tomba di Giuseppe è infatti un simbolo della seconda intifada; fu distrutta undici anni fa, nei primi giorni di quella rivolta scoppiata dopo la visita provocatoria di Sharon alla spianata delle Moschee. Ricordiamo tutti che cosa successe dopo. Un anno fa è stata riaperta e nel frattempo c’è già stato un incidente grave, la morte di un colono che vi si recava a pregare senza aver concordato la sua visita con la sicurezza palestinese. Anche nel caso dell’episodio di mercoledì, non ho ancora visto prese di posizione musulmane che condannino questa seconda profanazione. E allora – come si legge chiaramente nell’articolo di Yediot Ahronot che rilanciamo qui sotto – la destra religiosa israeliana ha buon gioco nel proporre tesi assurde, come quella che «sarà Dio a vendicare tutto questo».

Il punto vero è che anche noi forse ormai consideriamo tremendamente normale per la Terra Santa scagliarsi contro un luogo santo altrui. Non è che, invece, bisognerebbe partire proprio da qui per tirare fuori il Medio Oriente dal pasticcio infinito in cui si è cacciato?

Clicca qui per leggere l’articolo di Aziz Abu Sarah su +972

Clicca qui per leggere l’articolo di Yediot Ahronot sulle svastiche alla Tomba di Giuseppe

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