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Nell’Egitto dei salafiti non c’è posto per i cristiani

Giuseppe Caffulli
26 agosto 2011
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Nell’Egitto dei salafiti non c’è posto per i cristiani
L'Egitto sognato dai salafiti... senza cristiani né turisti.

La nuova crisi tra Israele ed Egitto dopo gli attentati nel Sinai (che il 18 agosto scorso hanno provocato 8 vittime su un bus in viaggio verso la località balneare di Eilat) resta vibrante. Ma a preoccupare la comunità copta egiziana sono le continue uscite pubbliche dei salafiti, con le loro prese di posizione marcatamente anti-cristiane.


(Milano) – La crisi tra Israele ed Egitto dopo gli attentati nel Sinai (che il 18 agosto scorso hanno provocato 8 vittime su un bus in viaggio verso la località balneare di Eilat) è tutt’altro che conclusa, con pesanti reciproche accuse tra la nuova dirigenza cairota e il governo israeliano. Ma a preoccupare la comunità copta egiziana non sono tanto i venti di crisi con il vicino Israele, quanto le continue uscite pubbliche dei salafiti, l’organizzazione fondamentalista che da mesi ormai ha preso la scena con le sue prese di posizione marcatamente anti-cristiane.

In un’intervista rilasciata alla giornalista Asma Nassar e apparsa a metà agosto sul settimanale Rose al-Yusuf, lo sceicco Adel el Ghihadi, uno dei dirigenti di questo movimento (la Salafiyya è un movimento di riforma religiosa, fondato in Egitto da Muhammad Abdu alla fine del XIX secolo con lo scopo di riportare l’islam alle sue origini; per essere più vicini allo spirito dell’islam dei primi tempi, i salafiti vestono modestamente e portano la barba incolta – ndr) espone i punti di quello che può essere definito un agghiacciante manifesto politico. Fin dal titolo è chiaro il principale bersaglio del movimento: «I cristiani o pagano la jizya o lasciano il Paese». La jizya è la tassa di sottomissione che i non musulmani erano tenuti a pagare al califfo.

Combattente per tre anni in Afghanistan tra le file talebane, vicino alle posizioni di Bin Laden, Adel el Ghihadi non fa mistero di considerare la democrazia come un accidente della storia e di lavorare perché il futuro Egitto sia governato dalla legge coranica: «La rivoluzione va vista alla luce della religione e non dal punto di vista politico. Per essere legale deve appoggiarsi sulla sharia islamica. I giovani sono stati i fautori della rivoluzione, pensando che avrebbero avuto pane, lavoro, case… Invece è stata una vera delusione. Perché possa riuscire, la rivoluzione deve scaturire dalla sharia. Per noi salafiti non esiste democrazia, secondo il sistema occidentale. La democrazia non è legge divina ma un modo di governarsi inventato da ebrei e cristiani».

Ed è proprio contro ebrei e cristiani – soprattutto – che si concentra l’attenzione del movimento salafita. «I cristiani e gli ebrei per noi sono kafir, miscredenti. Io come musulmano devo sostenere il musulmano, prima del cristiano. Gli altri vanno considerati nemici. Se non mi danno fastidio, li posso anche trattare con benevolenza. Sempre entro certi limiti. Insieme possiamo lavorare per la giustizia, in opere di carità e di beneficenza. Tuttavia i cristiani non devono mai occupare un posto di rilevo come quello di giudice nei tribunali, né nell’esercito o nella polizia. I cristiani sono liberi di pregare nelle loro chiese. Ma se esse sono oggetto di discordia e ci sono problemi, io le distruggo. Non posso contraddire la mia religione per far contenta la gente. Chi vuol vivere in un Paese a maggioranza musulmana, deve accettare le sue leggi. O paga il tributo o si fa musulmano, oppure viene ucciso».

Una delle domande centrali poste nell’intervista riguarda il prossimo appuntamento elettorale, previsto in novembre. «Il nostro piano di lavoro sarà appunto quello di governare l’Egitto sui principi della legge islamica. Quindi completeremo l’islamizzazione delle nazioni attorno a noi, inviando musulmani missionari in Sudan e Libia. Poi passeremo Stato per Stato per convertire tutti all’islam e fare accettare la sharia. Prepareremo un esercito egiziano capace di formare altri eserciti islamici, ai quali Allah darà sicura vittoria. A lui ci rivolgeremo perché l’Egitto sia la fiamma capace di illuminare il mondo intero sotto l’egida del suo Profeta. Inizieremo con la “chiamata”, cioè l’invito a osservare la legge islamica. Ai governanti che rifiuteranno l’invito, risponderemo con la forza. Combatteremo per la religione: in una mano il Libro e nell’altra la spada».

Nella visione salafita del mondo e dell’Egitto contemporaneo, sembra destinata a scomparire anche la cultura e il turismo, che pure è una delle maggiori risorse del Paese. «Chiuderemo tutti i siti turistici, le piramidi, la sfinge, i villaggi di Sharm el Sheikh. Non vogliamo che l’uomo torni ad adorare idoli. Così saranno chiusi tutti i luoghi dove i turisti bevono alcolici. Sarà proibita la carne di maiale. Potrà sussistere solo quello che si adatta all’islam. Nella letteratura scomparirà Naghib Mahfuz per far posto ad autori islamici. Soprattutto ritorneranno alla luce le opere letterarie che riguardano i salafiti e la loro storia».

Alla luce di questa delirante intervista si comprende bene la delicata partita che si sta giocando in Egitto. E gli sforzi che tutte le forze laiche e moderate interne al Paese devono mettere in campo per contrastare una pericolosissima deriva integralista i cui esiti non possono che essere nefasti.

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