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In Marocco i cittadini ebrei plaudono alla nuova Costituzione

Lucia Balestrieri
8 luglio 2011
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In Marocco i cittadini ebrei plaudono alla nuova Costituzione
Al pari di ogni alto elettore, re Mohammed VI del Marocco depone la sua scheda nell'urna per il referendum costituzionale del primo luglio scorso.

Per i cinquemila ebrei che ancora vivono in Marocco, la nuova Costituzione, proposta da re Mohammed VI e approvata il primo luglio scorso con un referendum popolare, rappresenta un riconoscimento importante. Nel terzo capitolo della Carta, infatti, viene riconosciuto il contributo storico dell'ebraismo alla costruzione della Nazione.


(Milano) – Per i cinquemila ebrei che ancora vivono in Marocco, la nuova Costituzione, proposta da re Mohammed VI e approvata il primo luglio scorso con un referendum popolare, rappresenta un riconoscimento importante.

Nel terzo capitolo della Carta, infatti, si parla di una nazione che basa la sua unità su diversi contributi identitari fondanti e l’ebraismo è citato tra la cultura araba, amazighita (berbera), sub sahariana africana, andalusa e mediterranea.

«È un dato di fatto che siamo parte della storia del Marocco sin dai tempi antichi, ma vederlo scritto nero su bianco nella Costituzione è un segnale che ci onora», afferma a Terrasanta.net André Azancot, un anziano della piccola comunità di 250 ebrei di Rabat.

Gli ebrei in Marocco hanno rappresentato nei secoli scorsi una minoranza vitale e in costante crescita, specie dopo la loro espulsione dalla Spagna cattolica nel XV secolo. Verso la fine degli anni Quaranta del secolo scorso, dopo esser stati protetti e tutelati dall’allora monarca Mohammed V contro le persecuzioni naziste, vivevano nel Regno circa 265 mila ebrei, un 10 per cento della popolazione di allora. Molti facevano parte addirittura dei movimenti nazionalisti marocchini.

Con la nascita di Israele nel 1948 e poi con la guerra del 1967, tutto è cambiato e la maggioranza della comunità è emigrata nel nuovo Stato ebraico. Tuttavia i legami con il Paese d’origine sono restati «profondi». Azancot racconta di alcuni suoi parenti che a Sderot conservano ancora in casa il ritratto di Hassan II (il padre dell’attuale sovrano).

La Casa reale marocchina ha sempre combattuto l’antisemitismo, il Marocco non si è unito al fronte dei Paesi arabi contro Israele nel 1948, e nel 2003, dopo gli attentati anti-ebraici a Casablanca, Mohammed VI ha promosso una manifestazione di solidarietà nazionale. «Ci sentiamo marocchini a tutti gli effetti. Non siamo emigrati in momenti più difficili, perché dovremmo lasciare il Paese adesso?», afferma un uomo sulla quarantina, con la kippah in testa, mentre si reca all’unica sinagoga cittadina in funzione, un appartamento anonimo in un condominio appartato nel quartiere delle ambasciate a Rabat.

Nonostante la volontà di chi è rimasto, la presenza ebraica, rispetto alla prima metà del Novecento, rischia però di divenire invisibile. Nella capitale, solo i più anziani , tra i non ebrei, ricordano dove si trovi la sinagoga, o meglio la «moschea dei giudei», come la chiamano qui. Per i giovani musulmani marocchini è quasi inimmaginabile che ci possano essere ebrei nel loro Paese. Per i più, afferma con amarezza Azancot, gli ebrei «sono quelli che ammazzano i palestinesi».

«Proprio per evitare che venissimo cancellati dalla memoria nazionale, la Casa reale aprì a Casablanca, già nel 1997, un museo dell’ebraismo, il primo e l’unico esistente in un Paese arabo», ricorda l’anziano. Fino a poco tempo fa era diretto da un ebreo, il prof. Simon Levy; oggi la poltrona è occupata da una studiosa musulmana, Zhor Rehihil . Nel museo sono conservati abiti, oggetti di vita quotidiana, gli strumenti di un gioielliere, persino gli attrezzi di cucina: chi lo visita – spiega Azancot – «può comprendere quanto la cultura marocchina sia debitrice all’ebraismo». Ora anche la nuova Costituzione lo sancisce.

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