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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Dietro i passi dell’ebreo Gesù

Daniele Civettini
12 luglio 2011
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In "Ecce homo" di Frédéric Manns, c'è quella sacra confidenza che ardisce a restituire volti e parole che il silenzio delle Scritture lasciano solo presagire. Scritta con rigore scientifico e uno stile prossimo al romanzo storico, questa ripresentazione della vita pubblica di Gesù somiglia un poco a quei dipinti fiamminghi, dove l'evento principale va come cercato tra i particolari che lo incorniciano.


«La lunga marcia con il Rabbì e gli altri discepoli l’aveva spossato. I suoi occhi, gonfi per la fatica, brillavano di una luce selvaggia. La sua statura slanciata lo faceva assomigliare a un asceta. Quando si muoveva, il suo mantello fluttuava dietro di lui come un paio d’ali». Giuda Iscariota, descritto così, nei Vangeli non si trova mai. Ma in Ecce homo, di Frédéric Manns (edizioni Lindau), c’è quella sacra confidenza che ardisce a restituire volti e parole che il silenzio delle Scritture lasciano solo presagire. Scritta con rigore scientifico e uno stile prossimo al romanzo storico, ricca della devozione dolce che può ispirare un presepio, la ripresentazione della vita pubblica di Gesù somiglia un poco a quei dipinti fiamminghi, dove l’evento principale va come cercato tra i particolari che lo incorniciano.

Proprio perché è una «lettura ebraica dei vangeli», come il sottotitolo suggerisce, Ecce Homo privilegia l’osservatore piuttosto che il protagonista: non la Sacra Famiglia, non gli apostoli più «celebri», le «colonne» della Chiesa nascente: senza trascurare gli eventi più significativi del Gesù «storico», la Storia passa qui soprattutto attraverso gli occhi di personaggi secondari, eppure «strategici» nell’economia del racconto neotestamentario: Gamaliele, Nicodemo, Giovanni di Zaccheo, uomini autorevoli nelle cose dello spirito, nella Palestina del primo secolo ferita dall’opprimente giogo dei goym (i «gentili») romani. E, appunto, Giuda, colui che più di tutti incarna la drammatica tensione di un popolo che, certo, attende con sincerità di cuore il Messia promesso ma non riconosce pienamente, proprio mentre avviene, il compimento dell’Alleanza tra Dio e l’uomo.

Può un lettore odierno, anche quello che ha poca familiarità con le vicende storiche e spirituali che animavano la Galilea o la Gerusalemme di duemila anni fa, scoprirsi colto dalle medesime emozioni o da pensieri simili a quelli degli uomini che hanno potuto assistere di persona alle parole e alle opere di Gesù di Nazaret?

Mentre la Chiesa invita insistentemente il suo popolo a ritornare a nutrirsi delle Scritture, padre Manns si adopera perché un tale livello di immedesimazione accada, dal momento che una lettura contestuale dei fatti salvifici è, nella convinzione e nelle finalità di chi scrive, una lettura attuale, se non la lettura attuale par excellence cui un cristiano può e deve attingere. Per tante buone ragioni: perché anche i contenuti più universali dei Vangeli sono stati, per un certo tempo, principalmente un affare interno al mondo ebraico e precisamente attraverso queste coordinate culturali e religiose è filtrata (ed è necessario riascoltare) la Rivelazione; perché la difficoltà di accettare l’originalità dell’azione di Dio nella storia rappresenta oggi, come in tutte le epoche, un crepaccio sottile e profondo che separa la fede dal tradimento; perché, infine, anche se solo allo Spirito Santo spetta rivelare intimamente, nel Gesù uomo, anche il Figlio di Dio, le discipline scientifiche confermano e tutelano la plausibilità storica della narrazione evangelica contro una ridda sempre crescente di presunte «scoperte» che, soprattutto in ambito archeologico, alimentano una sorta di affascinante letteratura del dubbio.

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