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Kurt Koch: Unità e pace, sfide possibili

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1 febbraio 2011
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Kurt Koch: Unità e pace, sfide possibili
Il cardinale Kurt Koch nel suo ufficio in Vaticano. (foto D. Cira)

L’ultimo numero del bimestrale Terrasanta riporta un’intervista di Manuela Borraccino al presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, il cardinale Kurt Koch, reduce da un viaggio in Terra Santa pochi giorni prima di Natale. Ne offriamo alcuni stralci ai nostri lettori.


L’ultimo numero del bimestrale Terrasanta riporta un’intervista di Manuela Borraccino al presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, il cardinale Kurt Koch, reduce da un viaggio in Terra Santa pochi giorni prima di Natale. Ne offriamo alcuni stralci ai nostri lettori.

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Eminenza, quale era lo scopo del suo viaggio in Terra Santa?
Era la mia prima visita in qualità di responsabile per il dialogo ecumenico. Ho incontrato tutti gli ordinari di Terra Santa, i due rabbini capi di Israele, l’askenazita Yona Metzger e il sefardita Shlomo Amar, il patriarca greco ortodosso Teofilo III e il patriarca armeno apostolico Torkom I Manughian. Si è trattato di una visita istituzionale molto breve, appena tre giorni, durante la quale ho constatato quanto i capi religiosi si sforzino di guardare al futuro con speranza, e allo stesso tempo di quanto siano molto realistici rispetto ad una situazione che si presenta molto difficile e molto complessa.

A cosa si riferisce in particolare?
Vedo molte difficoltà su tutti e tre i livelli dell’azione della Chiesa: quello della pluralità della presenza della Chiesa cattolica di Terra Santa, quello degli ostacoli nel cammino ecumenico e quello del dialogo interreligioso con gli ebrei e i musulmani. Su tutto, poi, si staglia il problema dell’emigrazione: se nelle terre che hanno visto l’incarnazione, la passione, morte e resurrezione di Gesù dovessero restare solo lapidi e non più persone, sarebbe una vera tragedia. La nostra sfida, da parte della Santa Sede e della Chiesa universale, deve essere duplice: da una parte incoraggiare i cristiani a restare, dall’altra suscitare nei fedeli delle Chiese d’Occidente quella solidarietà necessaria per aiutare i fratelli a non andarsene. Anche durante il Sinodo, con i rappresentanti di varie conferenze episcopali, si è visto che c’è ancora molto da fare per aumentare la consapevolezza di quanto sostegno può essere accordato da parte delle singole Chiese ai cattolici di Terra santa, sia con i pellegrinaggi che con gli aiuti economici.

Che idea si è fatto del nuovo fallimento dei colloqui (tra i governanti israeliani e palestinesi) rilanciati da Obama?
Non credo che la soluzione sia vicina. Al di là degli ostacoli da superare per arrivare ad una soluzione soddisfacente per israeliani e palestinesi, credo che il problema di fondo sia quello di impegnarsi sul serio nei negoziati: il problema è che i leader politici si assumano delle responsabilità di fronte ai due popoli.

Quali sono le sue attese per il futuro?
Il nostro dicastero porta avanti attualmente 15 dialoghi: in ciascuno di essi gli scopi sono diversi. Ma posso dire che, nel dialogo con gli ortodossi, sulla base del fondamento comune della fede in Gesù Cristo, la questione di fondo è quella del primato petrino. Sono stato in questi mesi a Vienna per la dodicesima plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa e a Belgrado per l’intronizzazione del nuovo patriarca serbo. E vedo che in generale c’è apertura e interesse.

Ci sarà l’incontro fra Benedetto XVI ed il patriarca di Mosca Kirill?
Io spero proprio di sì! C’è la possibilità che si possano incontrare, ma di più non posso dire perché nei prossimi mesi vorrei incontrare il metropolita Hilarion, e parlare di questa e di altre questioni. Sono convinto che ci siano buone relazioni con la Chiesa ortodossa russa, e tutti speriamo che sia possibile arrivare all’incontro fra il Papa e il patriarca.

A marzo ci sarà una nuova riunione della Commissione bilaterale Vaticano-Israele, mentre il dialogo fra Chiesa cattolica e mondo ebraico procede fra alti e bassi e incidenti di percorso. Quali sono i suoi auspici per il futuro?
Certamente il dialogo con il mondo ebraico non è facile, perché ci sono parecchie incomprensioni che dobbiamo superare ed anche per la presenza di sacche di anti-giudaismo nella Chiesa e di gruppi anti-cattolici nel mondo ebraico, in Israele e altrove. Però debbo dire che anche nella visita di questi giorni ho toccato con mano quanto ci sia interesse da parte dei leader religiosi a proseguire il dialogo con il Vaticano, e sono stato molto colpito dalla calda accoglienza del rabbino David Rosen, che mi ha invitato a casa sua per la cena di Shabbat come un amico, come un fratello nella fede: qualcosa di molto bello, che apre il cuore. Tutto questo mi fa ben sperare per il futuro, e di fronte agli incidenti e al peso del passato dico agli amici ebrei che occorre guardare ai segni: il Papa ha molto a cuore il dialogo con l’ebraismo, lo ha detto e lo ha dimostrato in moltissime occasioni perché considera con grande profondità di visione il mondo ebraico e nutre una vicinanza sincera con gli ebrei. Guardiamo alle visite alle sinagoghe di Colonia, New York, Roma, al mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme e al Muro del Pianto. Guardiamo a questi segni positivi senza fossilizzarci sulle questioni aperte.

Come è possibile un dialogo teologico fra cristianesimo ed ebraismo?
Il Papa ha affrontato in numerosi saggi il problema dell’attesa del Messia, e della prospettiva escatologica che può unire cristiani ed ebrei: per noi si tratta della seconda venuta, per loro si tratta della prima… Io spero che si tratti dello stesso Messia. Per capire tutto questo bisogna parlare di Gesù Cristo e della speranza che ci accomuna. E come ha ampiamente indicato il Papa nel primo volume del suo libro su Gesù di Nazaret, in questo ci viene incontro anche la riflessione del rabbino Jacob Neusner sulla continuità e sulle differenze dell’insegnamento di Gesù rispetto alla Torah: il dialogo del rabbino con Gesù mostra come la fede nella Parola di Dio presente nelle Scritture crei contemporaneità attraverso i tempi. Sono prospettive di fondamentale importanza, che ancora non sono pienamente conosciute tanto fra gli ebrei quanto fra i cristiani.

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Recarsi in Terra Santa è toccare con mano i luoghi in cui il Verbo di Dio è entrato nell’esperienza umana in Gesù di Nazaret.

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