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Negoziati israelo-palestinesi, il filo spezzato

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16 dicembre 2010
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Negoziati israelo-palestinesi, il filo spezzato
George J. Mitchell, inviato degli Usa in Medio Oriente, incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme il 13 dicembre 2010. (foto: Dipartimento di Stato Usa)

I negoziati diretti tra israeliani e palestinesi hanno avuto vita breve. Dalla scorsa settimana il capitolo è decisamente chiuso, almeno per ora. Gli Stati Uniti incassano il colpo e rilanciano con una nuova fase di trattative indirette iniziate in questi giorni. All'ordine del giorno le questioni più spinose.


(Milano/g.s.) – I negoziati diretti tra israeliani e palestinesi hanno avuto vita brevissima. Riaperti il 2 settembre scorso a Washington su pressione degli Stati Uniti, ai primi d’ottobre erano già in coma.

Dalla scorsa settimana il capitolo è decisamente chiuso, dopo che il governo israeliano ha ufficializzato la sua indisponibilità ad accogliere la richiesta americana di imporre una nuova moratoria agli insediamenti ebraici nei Territori Palestinesi (la precedente, durata 10 mesi, era scaduta il 26 settembre).

Da parte sua, il presidente palestinese Mahmoud Abbas, spalleggiato dai governi arabi, ha ribadito che stando così le cose di negoziare faccia a faccia con gli israeliani non se ne parla.

Gli Stati Uniti ammettono con rammarico che la strada imboccata s’è rivelata un vicolo cieco. E tuttavia non si rassegnano: presto o tardi i due contendenti dovranno tornare a guardarsi negli occhi per costruire una pace giusta e possibile, ma non priva di sacrifici per tutti.

Nel frattempo si cambia percorso. Il senatore George Mitchell, inviato dell’amministrazione Obama in Medio Oriente, ha ripreso a fare la spola tra il primo ministro Benjamin Netanyahu, il capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Mahmoud Abbas e le capitali dei Paesi amici nella regione.

L’intento è di colmare almeno in parte il baratro che ancora divide israeliani e palestinesi, per raggiungere entro l’autunno 2011 – Washington dice di sperarci ancora – un accordo-quadro in vista di un successivo e dettagliato piano di pace.

Intanto Netanyahu ha portato a casa un risultato tattico – bene o male passa la sua linea che chiedeva ai palestinesi di negoziare senza pre-condizioni – e ora si dichiara pronto a discutere di tutto.

Il nuovo approccio statunitense spinge i due antagonisti a confrontarsi da subito con le questioni cruciali e più spinose, che in passato hanno già causato naufragi diplomatici: i confini territoriali tra un Israele che vuole garanzie per la propria sicurezza e il nascente Stato palestinese; il diritto al ritorno dei profughi palestinesi sfollati nella guerra del 1948; la spartizione delle risorse idriche; lo statuto di Gerusalemme, rivendicata come capitale da entrambe le parti.

Per quanto li concerne, gli Usa assicurano il loro incrollabile impegno – politico e militare – al fianco di Israele e il sostegno ai vertici dell’Autorità palestinese nell’opera di creazione di un efficiente apparato statale.

Il 10 dicembre scorso Hillary Clinton, responsabile della politica estera americana, ha assicurato che gli Stati Uniti «non saranno spettatori passivi». «Spingeremo le parti – spiega il segretario di Stato – a delineare le loro posizioni sulle questioni fondamentali senza ritardi ed entrando nello specifico».

Ma certo non bisogna illudersi, osserva la Clinton: «Gli Stati Uniti e la comunità internazionale non possono imporre una soluzione. Talvolta mi ritrovo a pensare che entrambe le parti ritengano che noi possiamo. Invece non è così. E anche se potessimo non lo faremmo, perché solo un accordo negoziato tra le parti sarà sostenibile. (…) La popolazione di questa regione deve decidere di superare un passato che non può cambiare per andare incontro a un futuro che si possa forgiare insieme».

E qui gli Usa esortano ancora una volta ad evitare azioni che potrebbero far deragliare gli sforzi per costruire un rapporto di reciproca fiducia. Ciò vale tanto per i progetti edilizi ebraici a Gerusalemme Est o quanto per le manovre diplomatiche palestinesi per ottenere il riconoscimento internazionale del loro Stato anche se frutto di auto proclamazione unilaterale.

La campagna messa in atto in tal senso dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina e dall’Autorità Nazionale Palestinese produce qualche esito. Questo mese i governi di Brasile e Argentina hanno dichiarato la loro disponibilità a riconoscere un simile Stato sui territori occupati da Israele nel 1967. Una mezza promessa è venuta anche dall’Uruguay.

L’offensiva diplomatica palestinese irrita Israele ed è sconfessata da Washington. Proprio quest’oggi, 16 dicembre, al Campidoglio la Camera ha approvato all’unanimità una mozione che s’oppone a un’eventuale dichiarazione unilaterale da parte dei palestinesi. Con questo atto i deputati chiedono anche al governo di Barack Obama di «opporre il veto a qualunque risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che dovesse stabilire o riconoscere uno Stato palestinese (nato) al di fuori di un accordo negoziato tra le due parti».

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