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Il Natale dei cristiani d’Israele

Giorgio Bernardelli
24 dicembre 2010
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Natale è il momento di massima visibilità per i cristiani in Israele. E non solo per la presenza di un numero molto alto di pellegrini: per i media israeliani è anche l’occasione per interrogarsi su questa presenza dentro le proprie città, con risultati anche interessanti. Qualche esempio.


Natale è il momento di massima visibilità per i cristiani in Israele. E non solo per la presenza di un numero molto alto di pellegrini: per i media israeliani è anche l’occasione per interrogarsi su questa presenza dentro le proprie città, con risultati anche interessanti.

Così non è un caso che proprio alla vigilia di Natale il Jerusalem Institute for Israel Studies abbia diffuso i dati statistici sulla presenza dei cristiani a Gerusalemme. I dati dicono che oggi nella Città Santa i cristiani sono complessivamente 15.400, che significa meno della metà rispetto ai 31 mila che erano quando nel 1948 finì il Mandato Britannico sulla città. E il problema è che la diminuzione non si è registrata solo in termini assoluti; perché nel frattempo la popolazione complessiva della città è più che quintuplicata. Il risultato è che allora a Gerusalemme i cristiani rappresentavano il 20 per cento della popolazione, oggi sono meno del 2 per cento. C’è poi anche un altro dato interessante: se dai 15.400 cristiani della Città Santa sottraiamo i religiosi delle diverse confessioni e i cristiani russi immigrati in Israele insieme a qualche parente ebreo durante gli anni Novanta, il dato degli arabi cristiani scende ulteriormente a quota 12.800, cioè poco più dell’1,5 per cento.

Sono numeri che rivelano con chiarezza che la questione dell’esodo dei cristiani arabi riguarda anche Gerusalemme e non solo i Territori Palestinesi. Ed è importante che un organismo ebraico come il Jerusalem Institute for Israel Studies sottolinei la rilevanza di questa presenza per la città ed esorti il governo israeliano a rendere più facile la vita dei cristiani a Gerusalemme. «Noi crediamo – spiega nella presentazione del rapporto il dottor Amnon Ramon, che per l’istituto di ricerca si occupa specificamente del tema delle comunità cristiane – che in un periodo di tensione crescente tra Israele e la comunità internazionale, il governo debba fare di più per migliorare i rapporti con il mondo cristiano». Cita in proposito un esempio positivo: l’autorizzazione rilasciata dalla Municipalità due mesi fa per la costruzione di un nuovo quartiere arabo-cristiano a Betfage. Ma – aggiunge Ramon – ci sono tanti altri ostacoli burocratici e legislativi da superare.

Nella linea del conoscersi e comprendersi meglio va anche un’altra iniziativa svoltasi nei giorni scorsi a Gerusalemme: un seminario promosso insieme da cristiani ed ebrei per ascoltare dalla diretta voce di chi vi ha partecipato che cosa sia stato davvero il Sinodo per il Medio Oriente. Qualche settimana fa – all’indomani dell’appuntamento di Roma – tanto si era polemizzato su un presunto atteggiamento anti-ebraico che avrebbe segnato il Sinodo. Proprio a Gerusalemme questo incontro, molto partecipato, è stata un’occasione per chiarire gli equivoci: vi hanno preso la parola tra gli altri il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, il vescovo William Shomali, il vicario per la comunità ebreofona padre David Neuhaus, ma anche Hanna Bendcowsky, ebrea, che ha seguito dall’inizio alla fine tutti i lavori del Sinodo a Roma. Ed è interessante leggere sul blog dell’Interreligious Coordinating Council in Israel la riflessione che su questo piccolo evento propone il rabbino Ron Kronish, uno dei presenti. Sottolineando quanto questi momenti siano necessari per andare oltre i pregiudizi, spesso alimentati anche da un’informazione superficiale.

Infine segnalo un terzo articolo natalizio pubblicato in queste ore sul blog +972 e che riguarda la delicatissima questione dei simboli: Yuval Ben Ami commenta la decisione del sindaco di Nazaret Illit, – la città ebraica che sorge sulla collina sopra Nazaret – di respingere la richiesta di realizzare un albero di Natale in occasione delle festività. Richiesta presentata da una minoranza araba che ormai vive anche a Nazaret Illit, dal momento che non c’è più soluzione di continuità tra le due Nazaret. Ma il sindaco è stato inflessibile: «Questa è una città ebrea, se volete l’albero di Natale scendete a Nazaret». Ben Ami ricorda la particolare sensibilità ebraica su questo tema, spiegando come in Europa nel corso della storia il Natale e la Pasqua fossero i giorni in cui l’antigiudaismo si esprimeva nelle modalità più dolorose. Ma – aggiunge – questo non può portare gli ebrei di oggi a rinchiudersi in un ghetto che continua ad aver paura di tutto ciò che non è ebreo. E ricorda come le cose siano andate diversamente non poi così lontano: ad Haifa, infatti, il sindaco Yona Yahav si è comportato in maniera opposta, facendo erigere l’albero di Natale al confine tra i quartieri arabi e la parte ebraica. Un modo per dire che condividere almeno una festa è possibile anche in questa terra travagliata.

Clicca qui per leggere i dati del Jerusalem Institute for Israel Studies

Clicca qui per leggere il commento di Ron Kronish dell’ICCI

Clicca qui per leggere l’articolo di +972

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