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Bottini: dal Sinodo la testimonianza di una Chiesa inculturata

Manuela Borraccino
25 ottobre 2010
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Bottini: dal Sinodo la testimonianza di una Chiesa inculturata
Il decano dello Studium Biblicum Franciscanum, fra G. Claudio Bottini.

Quel che resta del Sinodo è la visione di come i cristiani di oggi stiano soffrendo le stesse difficoltà e talvolta persecuzioni dei primi seguaci di Cristo, 2000 anni fa. Essi devono perciò guardare «con sguardo soprannaturale» alla loro vocazione e missione in Medio Oriente. È l'auspicio di padre G. Claudio Bottini, decano dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme.


(Roma) – Quel che resta del Sinodo è la visione di come i cristiani di oggi stiano soffrendo le stesse difficoltà e talvolta persecuzioni dei primi seguaci di Cristo, 2000 anni fa. Essi devono perciò guardare «con sguardo soprannaturale» alla loro vocazione e missione in Medio Oriente, mentre la diplomazia vaticana continuerà a lavorare «con tutti i mezzi e spesso con discrezione» per migliorare la loro condizione e nasceranno iniziative comuni fra le varie Chiese cattoliche orientali per dare seguito a questa esperienza. Sono queste le speranze di padre Giovanni Claudio Bottini, decano dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, che all’assise sinodale ha preso parte in qualità di esperto.

Padre Bottini, si è parlato di emigrazione, dialogo interreligioso, libertà di coscienza. A suo avviso quali sono stati i temi che lasceranno maggiormente traccia del Sinodo?
C’è stata un’enfasi forse eccessiva sull’analisi della situazione politica e sui problemi che vivono le Chiese: questo ha portato ad una certa insistenza sul tema dell’emigrazione, sulle difficoltà dei cristiani ad inserirsi serenamente nella vita sociale e sul dialogo interreligioso. A mio avviso bisogna guardare al Sinodo come un evento ecclesiale: esso è un segno e uno strumento di unità ed è stata molto significativa la presenza di così tanti rappresentanti delle conferenze episcopali. Credo che l’aspetto più significativo di questa assemblea sia stato proprio il fatto che per la prima volta i patriarchi e i vescovi mediorientali sono venuti a Roma per ricevere la solidarietà di tutta la Chiesa: questo evento va dunque considerato anche una celebrazione della universalità della Chiesa.

Proprio uno dei vescovi iracheni ha invitato a non vedere nel Sinodo un «evento celebrativo», ma ad aiutare i cristiani ad affrontare problemi reali di sopravvivenza. Lei che ne pensa?
Certamente ci ha impressionato la grande testimonianza offerta dai vescovi iracheni e la preoccupazione espressa da tutti per la sorte dei cristiani. Molti padri sinodali però hanno anche invitato a guardare la realtà della Chiesa con uno sguardo più soprannaturale. Già constatare che dopo 2000 anni il cristianesimo non è stato cancellato dal Medio Oriente invita a vedere all’opera la Provvidenza di Dio. Nei giorni scorsi sono risuonate in aula voci che hanno espresso il ringraziamento per tutto ciò che è stato fatto e che si continua a fare. Basti pensare all’impegno di Giovanni Paolo II per evitare la guerra in Iraq.

I vescovi hanno chiesto l’aiuto concreto della Santa Sede…
Penso che i vescovi del Medio Oriente sentano anche oggi la solidarietà della Santa Sede. La diplomazia vaticana continuerà a lavorare con tutti i mezzi e spesso con discrezione perché sia ascoltata di più la voce dei cristiani in Iraq, in Iran, nei Paesi del Golfo. Va tenuto presente che per alcuni problemi dibattuti in aula, come il calo demografico dei cristiani o la scelta di andarsene, la Chiesa stessa non ha mezzi per farvi fronte. È importante comunque che non siano state dette solo parole preoccupate ma anche di fiducia e speranza e che si è data una testimonianza forte sul senso di identità dei cristiani in Medio Oriente e nella diaspora.

Che risultati concreti, per quanto a lungo termine, è lecito aspettarsi dal Sinodo?
Difficile dirlo. Se dobbiamo parlare in termini di concretezza, è possibile che qualcosa venga fatto per dare espressione all’auspicio espresso dai padri per un maggiore coordinamento pastorale fra le Chiese nel Medio Oriente. Molto importante è anche l’azione da fare per promuovere efficacemente la reciprocità nella libertà religiosa da portare avanti nelle sedi internazionali. Penso anche che ci sarà una migliore consapevolezza che i cristiani del Medio Oriente non sono soli, e sono certo che si troverà il modo di farlo sentire, non solo a parole. I cristiani costituiscono nei loro Paesi una grande luce, una grande forza morale, e sarebbe una grave perdita la loro scomparsa. È importante ripetere ai cristiani del Medio Oriente: non siete soli, siete parte di una grande famiglia, da voi promana una grande energia, essere cristiani in Medio Oriente è una vocazione.

Che cosa porterà con sé allo Studium Biblicum di questa esperienza?
Vivo in un ambiente in cui la prima preoccupazione è lo studio della parola di Dio: il nostro sforzo è proteso a far sì che dall’Antico e dal Nuovo Testamento venga una luce per l’identità della vocazione cristiana. Al Sinodo mi ha colpito vedere come la Chiesa si è davvero inculturata in Medio Oriente: il patrimonio spirituale, letterario, liturgico è davvero immenso ed io spero che non venga mai meno l’impegno per lo studio e la conservazione del patrimonio cristiano di questa regione. Mi ha colpito moltissimo anche il parallelo fra la situazione della Chiesa delle origini e la situazione attuale fatto da molti padri sinodali. Dobbiamo riflettere sul fatto che le nostre origini sono state umili proprio in Oriente e il cristianesimo pian piano è riuscito a fermentare e ad andare lontano.

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