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Un’oasi in fermento

Giorgio Bernardelli
18 giugno 2010
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Un’oasi in fermento
La collina su cui sorge il villaggio di Nevé Shalom/Wahat al Salaam, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, in Israele.

Il blocco delle merci che via terra possono arrivare a Gaza diventerà meno ferreo. La notizia di ieri ha finalmente portato una boccata di ragionevolezza nella vicenda innescatasi con il dramma della Freedom Flottilla. Ma la questione Gaza è tutt’altro che chiusa. E scalda gli animi anche nel villaggio modello di Nevé Shalom-Wahat al Salaam.


(Milano) – La notizia dell’allentamento della severità del blocco delle merci che via terra possono arrivare a Gaza ieri ha finalmente portato una boccata di ragionevolezza nella vicenda innescatasi con il dramma della Freedom Flottilla. Ma la questione Gaza è tutt’altro che chiusa. E allora può essere istruttivo riflettere su una vicenda avvenuta in questi giorni nel posto apparentemente più lontano da Gaza, il villaggio di Nevé Shalom-Wahat al Salaam.

Come penso molti sappiano Nevé Shalom/Wahat al Salaam è il villaggio sulla collina fondato negli anni Settanta dal domenicano padre Bruno Hussar dove arabi ed ebrei vivono insieme in condizione di parità. E infatti il nome in arabo e in ebraico significa proprio «Oasi di pace» ed è una citazione tratta da un versetto di un salmo. Nevé Shalom-Wahat al Salam è una grande testimonianza di pace: migliaia di studenti arabi ed ebrei vi sono passati in tutti questi anni per partecipare a percorsi di educazione alla pace. E anche tante altre ong che instancabilmente provano a tessere percorsi di dialogo tra israeliani e palestinesi spesso vanno a incontrarsi proprio lì. Bene, ma che cosa c’entra con Gaza e la Freedom Flottilla?

C’entra, perché – come ogni tanto accade – anche a Neve Shalom/Wahat al Salaam la vicenda della Mavi Marmara ha scaldato gli animi. In risposta all’attacco alla Freedom Flottilla i responsabili del villaggio hanno esposto uno striscione in arabo, in ebraico e in inglese in cui si condanna l’accaduto dicendo che «gli abitanti di Nevé Shalom/Wahat al Salaam protestano per l’uccisione degli attivisti e chiedono la revoca immediata dell’embargo a Gaza». Non tutti gli ebrei che abitano nel villaggio si sono, però, riconosciuti in questa posizione. E così ne è nata una polemica interna. Che è però subito rimbalzata sulle pagine on line di Arutz Sheva, l’agenzia di informazione della destra israeliana. Dove il tono è evidentemente diventato: vedete? Anche il villaggio dove dovremmo abitare insieme non funziona. Basta un fatto come questo per far saltare tutto.

Io credo – al contrario – che la grandezza di Nevé Shalom/Wahat al Salaam stia proprio qui. E che il limite risieda invece in un certo modo di presentare questo tipo di esperienza. In troppi ne hanno fatto una realtà «neutra» in cui ci si isola dal contesto e dunque si riesce a fare la pace. Ma chi è stato al villaggio sulla collina sa che non è affatto così: è un posto dove il conflitto non è sparito. Semplicemente si prova ad affrontarlo davvero, mettendo ciascuno sul tavolo le proprie ragioni. È così che si costruisce la pace.

Si litiga sulla Freedom Flottilla a Nevé Shalom/Wahat al Salaam e forse è istruttivo anche per noi, così sempre abituati a giudicare tutto in modo manicheo: da una parte il bene dall’altra il male. Ci si scontra anche animatamente nell’«oasi di pace». Ma siamo sicuri che anche questo scontro finirà come sempre in questi trent’anni qui è accaduto: provando ciascuno a farsi carico delle posizioni dell’altro.

Imparare a vivere il conflitto senza per questo demonizzare l’altro: questa è la fatica vera di chi prova a costruire la pace Il giorno che sapremo farlo davvero allora avremo percorso sul serio il primo passo sulla via della pace.

Clicca qui per vedere lo striscione sul sito di Nevé Shalom/Wahat al Salaam

Clicca qui per leggere la notizia di Arutz Sheva

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