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L’arcivescovo Vasil’: «La mia missione? Mettermi in ascolto»

22/02/2010  |  Città del Vaticano
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L’arcivescovo Vasil’: «La mia missione? Mettermi in ascolto»
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Concepisce il suo mandato soprattutto come «un servizio ai fratelli d'Oriente» verso i quali intende «mettersi in ascolto». Monsignor Cyril Vasil', dal maggio 2009 segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, spiega con un sorriso che «ha ancora molto da imparare» sui cristiani del Medio Oriente. Gesuita 45enne, slovacco di rito greco-cattolico ed ex rettore del Pontificio istituto orientale, padre Vasil' ripercorre con Terrasanta.net gli anni della sua vocazione maturata sotto il regime comunista in Cecoslovacchia e si esprime sui limiti posti alla libertà religiosa nei Paesi islamici.


Concepisce il suo mandato soprattutto come «un servizio ai fratelli d’Oriente» verso i quali intende «mettersi in ascolto», e definisce «una grande ricchezza» della Chiesa la varietà di riti e di comunità cristiane che ha visto nei suoi viaggi in Libano e in Siria. L’arcivescovo Cyril Vasil’, dal maggio 2009 segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, spiega con un sorriso che «ha ancora molto da imparare» sui cristiani del Medio Oriente. Gesuita, 45 anni, slovacco di rito greco-cattolico ed ex rettore del Pontificio istituto orientale, padre Vasil’ ripercorre gli anni della sua vocazione maturata sotto il regime comunista in Cecoslovacchia. Sui limiti posti alla libertà religiosa nei Paesi islamici dice: «Saranno i cristiani orientali, forti della loro esperienza plurisecolare, a capire quali strade intraprendere».

Monsignor Vasil’, quali comunità conosce della Terra Santa?
A dire il vero non sono ancora stato a Gerusalemme. Ho viaggiato in Libano nel 2002 e in Siria nel 2008, in occasione dell’Anno Paolino. Ho toccato con mano la collaborazione fra quelle Chiese orientali, favorita anche dalla loro condizione di minoranza, ed in generale, almeno in quei due Paesi, il riconoscimento della loro presenza da parte delle autorità. Certo, nel caso della Siria si tratta pur sempre di un Paese a maggioranza islamica, dove è difficile parlare di attività missionaria in senso tradizionale, ma in generale penso di poter dire che la presenza dei cristiani è assicurata da uno statuto che garantisce una certa normalità di vita e di libertà di culto. E la presenza di tante comunità cristiane di riti diverse rappresenta una grande ricchezza per la Chiesa universale.

Lei è nato oltre la Cortina di Ferro, in anni nei quali la Chiesa veniva ancora perseguitata dal regime comunista e, fino alla caduta del Muro di Berlino, strettamente sorvegliata. Come ricorda quel periodo?
Le Chiese greco-cattolica e latina dell’Europa orientale sono state duramente perseguitate, specialmente nella seconda metà del ‘900, e solo negli ultimi vent’anni hanno ricominciato a ricostruire la loro struttura. Io stesso ho vissuto da Roma, nel biennio 1989-’90, al Collegio ucraino con gli ucraini della diaspora, la grande emozione del crollo del totalitarismo e la normalizzazione della vita della Chiesa, la cui attività era stata totalmente soppressa nel mio Paese tra il 1950 e il 1968. Poi ho sperimentato, prima come studente e poi come docente al Pontificio istituto orientale, una sorta di puzzle di cristiani di provenienza assai diversificata, la ricchezza dei riti cattolici. Ho potuto vedere anche recentemente la differenza di trattamento verso i cattolici in Slovacchia e in Ungheria, ad esempio, rispetto alla Romania e all’Ucraina, Paesi a maggioranza ortodossa. Oggi sono contento per la mia Chiesa anche per l’abbondanza di vocazioni, e perché, malgrado tante difficoltà, si potrebbe dire che la situazione socio-politica non è mai stata tanto favorevole in Slovacchia per la Chiesa come negli ultimi venti anni.

Alla luce della sua esperienza personale, come guarda ai gravi limiti alla libertà religiosa ed in alcuni casi alle persecuzioni alle quali sono sottoposti i cristiani in Medio Oriente?
Si tratta certamente di un contesto socio-culturale completamente diverso: le Chiese del Medio Oriente sono sempre state lì, la loro storia si identifica con la nascita della Chiesa, con i primi concili e i grandi insegnamenti dei Padri della Chiesa. Solo successivamente sono diventate minoritarie, dunque questa è già una grande differenza rispetto alle persecuzioni vissute nell’Europa orientale. C’è poi una differenza radicale anche dal punto di vista culturale: in Medio Oriente l’appartenenza religiosa è un fattore identitario fortissimo, vincolante e forse prevalente nella vita comunitaria, a differenza di quanto avviene in Europa: questo diverso approccio nel modo di vivere la religione è già una forte differenza e determina un maggiore vincolo con la propria comunità di appartenenza (sia essa sunnita, sciita, drusa, armena, maronita, melchita, latina, copta…) e una minore apertura, per così dire, verso l’universalismo della Chiesa cattolica. La seconda differenza riguarda la condizione di minoranza e l’attenzione a non irritare la maggioranza, una grande prudenza nel non turbare gli equilibri costituiti. Ma c’è anche da dire che l’appartenenza alla comunità cristiana mondiale favorisce la loro emigrazione in Occidente: anche questo è un aspetto da considerare, perché non c’è dubbio che i cristiani si integrino molto più facilmente dei musulmani nei nostri Paesi. Dunque direi che da qui, da parte della Santa Sede, la prospettiva e l’azione della Chiesa si muove fra questi due poli: da una parte il desiderio di favorire il più possibile la presenza e il ruolo sociale dei cristiani nei loro Paesi e di far sentire loro la vicinanza e la voce della Chiesa universale anche rispetto alle sofferenze che patiscono, dall’altra il dovere di fare tutto ciò che è possibile dal punto di vista umanitario e legislativo per favorire l’accoglienza e la cura pastorale dei cristiani nei Paesi dove cercano rifugio dai mali dei loro Paesi d’origine.

Lei ha vissuto il crollo del totalitarismo comunista e l’inizio della libertà per la Chiesa. Quali pensa che possano essere le strade per allentare la morsa dell’integralismo islamico?
Sappiamo bene che non esistono ricette valide per tutti. Certamente le conquiste europee sono frutto di un lungo sviluppo e maturazione. Anche noi abbiamo avuto le nostre guerre di religione e dittature dei secoli passati, e abbiamo percorso un lungo cammino per arrivare alle democrazie parlamentari, al rispetto del pluralismo e alla tolleranza, al riconoscimento della libertà di coscienza, allo Stato di diritto: tutte conquiste alle quali siamo arrivati con scossoni e rivoluzioni, ma che comunque affondano le loro radici nel cristianesimo e nei valori con i quali è stata forgiata l’identità europea. Trasferire questi valori in un contesto socio-culturale e religioso completamente differente non è così facile. Il mondo islamico stesso deve evolvere, attraversare i rivolgimenti che altre civiltà hanno compiuto prima di arrivare a interiorizzare concetti come dignità umana, parità di diritti per uomini e donne, rispetto della libertà religiosa.
Oggi per migliorare la condizione dei cristiani del Medio Oriente a mio avviso quel che si può fare è valorizzare le esperienze di convivenza che i cristiani vivono in quei contesti, e mettersi in ascolto di ciò che loro stessi hanno da dire e da insegnare a noialtri sul rapporto con l’islam. Penso che occorra anche insistere con i governi dei Paesi arabi, nelle diverse situazioni, sul fatto che le comunità cristiane non sono state importate da fuori, non sono affatto estranee alla cultura locale, ma sono nate lì e sono parte fondante dei loro Paesi: io penso che i cristiani locali, forti della loro esperienza plurisecolare e con una maggiore unità ecumenica, abbiano forse più capacità di quanto non possa esser fatto dall’esterno di migliorare la propria situazione con le varie maggioranze. E che vadano incoraggiati a relazionarsi con i governanti, con le diverse legislazioni in vigore nei vari Paesi a maggioranza musulmana, per migliorare la propria situazione.

Il messaggio che, come Congregazione vaticana, avete redatto per la Colletta del Venerdì Santo invita tutti i cristiani a «prodigarsi instancabilmente per garantire un futuro ai cristiani» nei Luoghi dell’Incarnazione. Che aiuto si aspetta?
La Colletta è una consuetudine che trae origine dalla nascita della Chiesa, dalla sollecitudine di cui parla Paolo nelle sue Lettere e costituisce un’iniziativa piena di significato perché segnala un legame, il sentirsi parte di una comunità che sostiene un progetto comune. Proprio su questa scrivania arrivano i fondi da tutte le diocesi del mondo ed è bellissimo vedere con quanta generosità vi partecipano anche i Paesi più poveri, donando fondi che sono un po’ come l’obolo della vedova di cui parla il Vangelo… È evidente come anche le persone più semplici partecipino con gioia a questo sostegno, ed è una grande manifestazione dell’unità della Chiesa.

Quali saranno le linee guida del suo mandato come numero due della Congregazione per le Chiese orientali?
Spero di poter dare un contributo a partire dalle realtà delle Chiese d’Oriente che conosco meglio, quelle dei Balcani e dell’Europa orientale, e di imparare sempre di più, a cominciare dall’ascolto, sui problemi e sulle necessità delle Chiese del Medio Oriente. E così vivo anche l’attesa verso il Sinodo del prossimo ottobre (dedicato al Medio Oriente – ndr): con la speranza di incontrare patriarchi e vescovi che non ho conosciuto bene finora, e di poter rendere loro con umiltà quel servizio al quale sono stato chiamato.

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