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Padre Neuhaus: il Papa viene a rinfrancare i nostri passi

24/04/2009  |  Gerusalemme
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Padre Neuhaus: il Papa viene a rinfrancare i nostri passi
Padre David Neuhaus, durante la liturgia del Giovedì Santo, il 9 aprile scorso a Gerusalemme.

David Neuhaus (47 anni), gesuita israeliano di origini ebraiche, è da alcune settimane vicario del patriarca latino di Gerusalemme per la comunità cattolica di lingua ebraica in Israele. Gli abbiamo rivolto alcune domande sull'imminente pellegrinaggio di Papa Benedetto XVI in Terra Santa. «Il Papa - dice - viene come testimone del Cristo risorto. I nostri cristiani si attendono da lui una parola di consolazione e di speranza nella difficile situazione in cui vivono. Forse ciò di cui c'è maggior bisogno è che il Santo Padre parli ai nostri giovani, che cercano di comprendere cosa significhi la loro fede in questa situazione di costante guerra e crisi».


David Neuhaus (47 anni), gesuita israeliano di origini ebraiche, è da alcune settimane vicario del patriarca latino di Gerusalemme per la comunità cattolica di lingua ebraica in Israele. Gli abbiamo rivolto alcune domande sull’imminente pellegrinaggio di Papa Benedetto XVI in Terra Santa.

Padre Neuhaus cosa si aspettano le Chiese e le comunità cristiane da questo viaggio?
Prima di tutto e soprattutto i cristiani attendono la visita del loro pastore, colui che ha la responsabilità di prendersi cura delle loro anime. Si aspettano che egli venga come testimone del Cristo risorto. Si attendono da lui una parola di consolazione e di speranza nella difficile situazione in cui vivono.
Forse ciò di cui c’è maggior bisogno è che il Santo Padre parli ai nostri giovani. Essi cercano di comprendere il significato della fede in questa situazione di costante guerra e crisi, in cui i cristiani si trovano a vivere come un piccolissimo gregge. Qual è il senso della loro testimonianza non solo per essi stessi, ma anche per la Chiesa universale? Quali sono le ragioni per cui dovrebbero continuare a restare qui in Terra Santa piuttosto che emigrare in Paesi in cui la vita potrebbe essere più facile? Qual è il loro ruolo nel creare una società in Terra Santa fondata sui valori cari ai cristiani?
Molti fedeli si attendono anche che il Papa parli a loro nome come difensore di una cristianità che si sente presa di mira su vari fronti.
Senza dubbio, noi tutti attendiamo la visita di un annunciatore di buone notizie che porterà un messaggio di giustizia e di pace, di amore e riconciliazione, buona notizia per tutti i popoli di questa terra.

Quali luci e quali ombre scorge per questa visita, che cade in un momento delicato anche per le relazioni ebraico-cristiane?
Fino a che punto il viaggio papale possa essere influenzato dalla crisi nelle relazioni con il popolo ebraico, particolarmente in Occidente, è questione che qua e là suscita qualche timore tra i cristiani e il sospetto che la questione possa giocare un ruolo troppo determinante. I progressi compiuti nel dialogo ebraico-cristiano in Occidente (soprattutto in Europa e negli Stati Uniti) non si riverberano pienamente quaggiù a causa della cruda realtà politica. Non bisogna dimenticare che, oltretutto, i cristiani qui in Terra Santa sono una minoranza piccola, inerme e vulnerabile mentre gli ebrei sono una maggioranza forte e schiacciante. Questa situazione è radicalmente diversa da quella che si registra in Europa e negli Usa, dove sono gli ebrei ad essere minoranza. In Terra Santa c’è quindi bisogno che le relazioni ebraico-cristiane abbiano una dinamica peculiare.
Gli aspetti politici del viaggio saranno senz’altro i più delicati. Gli ebrei mirano al riconoscimento dello Stato di Israele e della rivendicazione ebraica sulla terra che ha sì una valenza politica, ma anche teologica e spirituale. I cristiani invece, che sono prevalentemente palestinesi, chiedono giustizia, democrazia e uguaglianza. In effetti anche all’interno della Chiesa c’è tensione tra queste due linee di tendenza: una che spesso unilateralmente promuove la riconciliazione storica con il popolo giudaico e l’altra che invoca a gran voce giustizia e pace per i palestinesi. Due posizioni che non dovrebbero essere l’una contrapposta all’altra, ma spesso lo sono per via del conflitto in corso. Ogni parola e ogni azione del Papa verranno meticolosamente analizzate per attribuirle all’una o all’altra di queste due posizioni. Il che renderà ogni parola pronunciata e ogni atto compiuto estremamente delicati.

Quali ripercussioni sul dialogo?
Non è un segreto che molti cristiani siano preoccupati per questa visita. Il momento non sembra tra i più propizi. Le tensioni infuriano sul piano politico. Il nuovo governo israeliano è espressione delle scelte di elettori che si sono spostati a destra, mentre i palestinesi sono più divisi che mai. Il recente conflitto di Gaza non ha fatto che rendere più evidente l’impasse in cui ci troviamo. Inoltre molti cattolici sono preoccupati per lo stato della Chiesa in Israele e delle sue istituzioni alla luce del non ancora concluso negoziato tra Santa Sede e Stato di Israele che tocca tutte le questioni inerenti la vita d’ogni giorno della Chiesa quaggiù.
Il dialogo qui è necessario su molti piani. Sarà in grado il Papa di promuovere il dialogo tra israeliani e palestinesi muovendosi tra le due parti nel rispetto profondo delle loro narrative nazionali e, allo stesso tempo, mantenendo una distanza tale che gli consenta di non farsi strumentalizzare per legittimare gli aspetti più problematici di queste narrative? Sia gli israeliani sia i palestinesi si aspettano vantaggi politici da questa visita, derivanti da una legittimazione papale di alcune posizioni politiche. Non dobbiamo poi dimenticare il contributo che una visita papale può offrire al dialogo ecumenico in un momento in cui i cristiani in questa terra comprendono che la loro sopravvivenza dipende sempre più dalla loro unità.
La visita di Giovanni Paolo II nel 2000 è un esempio ispiratore di quanto un viaggio possa ottenere. La delicata coreografia di quel pellegrinaggio vide il Santo Padre muoversi tra molti potenziali campi minati – religiosi, politici, nazionali, etnici ed ecumenici – ed emergere come un’autentica figura di cristiana umiltà, perdono, dialogo, riconciliazione e soprattutto preghiera. Quella visita ha posto un precedente sul quale il prossimo viaggio papale può costruire e andare anche oltre. Il Santo Padre può giocare un ruolo profetico, con l’aiuto dello Spirito Santo e con una pianificazione attenta. Noi tutti preghiamo perché sia così.

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