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Nella città natale di Gesù un rifugio per i bimbi abbandonati

02/04/2009  |  Betlemme
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Nella città natale di Gesù un rifugio per i bimbi abbandonati

Abbiamo fatto visita all'asilo per bambine e bambini abbandonati gestito a Betlemme dalle Figlie della carità di san Vincenzo de Paoli, una struttura che fu stabilita nel 1885. Essa accoglie minori portati qui dalla polizia palestinese che li trova abbandonati, in campi o in cassonetti, oppure li preleva da famiglie ad alto disagio sociale. Suore, insegnanti, medici volontari e tutto il personale riescono anche a dare sostegno a 140 famiglie palestinesi, musulmane e cristiane, tramite i diversi servizi di assistenza sociale. Tutto ciò in un contesto urbano sempre più povero.


Suor Maria è una piccola donna sarda, capelli bianchi e profondi occhi marroni, che ci accoglie con il suo italiano francesizzato da oltre 20 anni in Congo. Oggi è una delle più attive organizzatrici dell’asilo nido per bambine e bambini abbandonati, gestito a Betlemme dalle Figlie della carità di san Vincenzo de Paoli, una struttura che fu stabilita nel 1885, una decina di anni prima dell’apertura dell’adiacente ospedale della Sacra Famiglia.

Oggi l’asilo accoglie 55 bambini, portati qui dalla polizia palestinese che li trova abbandonati, in campi o in cassonetti, oppure li preleva da famiglie ad alto disagio sociale. «Molti sono figli di prostitute», ci dice suor Maria, che, alla nostra espressione sbigottita risponde con un sorriso benevolo: «Certo, anche qui c’è prostituzione, come in tutto il mondo, non importa se è un Paese musulmano. Magari non è per strada come in Europa, ma è comunque un fenomeno presente, come del resto l’uso delle droghe. Solo che non se ne parla». In alcuni casi, i piccoli ospiti sono figli di ragazze violentate o nati fuori dal matrimonio, e quindi, per questa società, ma non solo, frutti del disonore. «Le ragazze vengono qui in segreto, le facciamo partorire e poi ci prendiamo cura del neonato, ma non sempre riusciamo a salvare le madri dalle punizioni sociali», racconta la religiosa con amarezza, illustrandoci alcuni casi di ragazze che sono state scoperte dalla famiglia e uccise. «Che sia musulmana o cristiana, non fa molta differenza», constata suor Maria, «qui la donna non conta niente».

Per sollevarci il morale dopo questi i racconti tristi ci accompagna a visitare l’asilo: i neonati sono una decina, dormono in piccole culle in una stanzetta colorata che presto verrà ampliata. Al piano superiore di questo edificio abbellito dai murales dipinti da volontari italiani che arrivano due volte l’anno, le classi vere e proprie: i 135 bambini (55 interni, 80 esterni) passano la giornata (dalle 7.30 alle 16.00) impegnati in diverse attività: musica, disegno, palestra, gestione della casa… «Il nostro metodo è l’active learning», ci spiega Jiries, il direttore del programma pedagogico, che incontriamo nei corridoi tra uno sciame di bambini che gli fa ala. «È un metodo che vuole sviluppare tutti gli aspetti dell’infante: da quello fisico a quello mentale, non dimenticando quello emotivo». Le insegnanti sono tutte professioniste. Tre di loro sono state accolte neonate e poi sono rimaste in questa struttura ormai sentita come casa.

Suore, insegnanti, medici, volontari e tutto il personale riescono a dare sostegno a 140 famiglie palestinesi, musulmane e cristiane, tramite i diversi servizi di asilo e assistenza sociale. Vi è anche un aiuto, pur piccolo, sul versante lavorativo: alcune donne, infatti, producono oggetti di artigianato che le suore riescono a vendere, garantendo loro un minimo reddito. «Facciamo quello che possiamo», conclude Suor Maria, «per alleggerire i disagi che oggi, qui nelle zone di Betlemme e Hebron, derivano sopratutto dalla povertà, aumentata moltissimo da quando è stato costruito il Muro voluto dagli israeliani. La gente è rimasta senza lavoro e senza libertà ed è questo il vero problema».

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