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Le parole di Rachel

01/04/2009  |  Roma
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Le parole di Rachel

Ottima accoglienza per la prima italiana di Mi chiamo Rachel Corrie, lavoro teatrale che ha debuttato il 25 e 26 marzo al Piccolo Eliseo di Roma. Lo spettacolo è incentrato sulla storia di Rachel Corrie, 23enne statunitense cooperante dell'International Solidarity Movement, che nel marzo 2003 rimase uccisa nella Striscia di Gaza da un bulldozer dell'esercito israeliano mentre cercava di impedire l'abbattimento di abitazioni civili palestinesi.


Ottima accoglienza per la prima italiana di Mi chiamo Rachel Corrie, lavoro teatrale che ha debuttato il 25 e 26 marzo al Piccolo Eliseo di Roma. Lo spettacolo è incentrato sulla storia di Rachel Corrie, 23enne statunitense cooperante dell’International Solidarity Movement, che nel marzo 2003 rimase uccisa nella Striscia di Gaza da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre cercava di impedire l’abbattimento di abitazioni civili palestinesi. Poco dopo la sua morte, alcune delle e-mail che Rachel aveva spedito da Gaza a familiari e amici per raccontare la situazione in seguito lo scoppio della seconda intifada, sono state pubblicate dal quotidiano britannico The Guardian. Partendo da lì, il regista e attore inglese Alan Rickman e la giornalista Katherine Viner hanno raccolto, grazie alla famiglia, gli scritti di Rachel dall’età di 12 anni fino al giorno della morte, e ne hanno ricavato un monologo teatrale che ha avuto un discreto successo negli Stati Uniti (in Italia è uscito in libreria per i tipi di Elliot nel 2008).

«È proprio negli Usa che ho visto lo spettacolo», confessa a Terrasanta.net Cristina Spina, interprete della pièce, di cui ha curato anche regia e adattamento. «Ero a New York, e la storia mi ha colpito moltissimo. Rachel era una ragazza assolutamente normale, entusiasta e problematica, come molte altre. Ma a un certo punto ha sentito la necessità di andare oltre l’affermazione dei suoi ideali, per condividere concretamente il dolore di chi soffre».

Colpiscono, sulla scena spoglia, soprattutto le parole della Corrie: i sogni da bambina, l’impegno di attivista per i diritti umani a scuola e all’università, il «fuoco nella pancia» che la porta a decidere di partire dalla sua piccola e felice cittadina americana, l’amore per una Terra Santa per lei difficile da capire, la scelta di mettersi in gioco così come si è, semplicemente: «Non sono in grado di salvare il mondo con le mie mani, ma so lavare i piatti». «Il testo – continua la Spina – è rimasto fedelissimo all’originale degli scritti di Rachel. È una grande sfida quella di portare in teatro un testo non teatrale. Ho provato a farlo senza forzature e con grande rispetto per la sua umanità».

L’operazione sembra riuscire. Cristina Spina, giovane promessa del teatro italiano, all’attivo lavori con Massimo Castri, Luca Ronconi, Carlo Cecchi e Irene Papas, presta alla Corrie la sua voce e il suo corpo con essenzialità ed efficacia, quasi con un atto di restituzione della vita a chi se l’è vista strappare troppo presto. Una performance senza orpelli, capace di lasciare spazio al colore, all’esuberanza e alla grande tensione ideale dei pensieri della giovane protagonista.

Mi chiamo Rachel Corrie lo scorso anno era stato presentato in anteprima al Festival Teatri delle Mura di Padova. Date e teatri delle successive rappresentazioni sono ancora in via di definizione.

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