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I costi della follia

26/02/2009  |  Milano
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I costi della follia
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A Sharm el Sheikh, in Egitto, lunedì è in programma il vertice dei Paesi donatori che dovrebbe affrontare il tema della ricostruzione a Gaza dopo il conflitto delle scorse settimane. Sarà il debutto vero per Hillary Clinton in Medio Oriente. Ma anche l'Italia si prepara ad arrivare sul Mar Rosso con rulli di tamburo, forte del ruolo di presidente di turno del G8. A raffreddare un po' gli entusiasmi arriva, però, oggi un editoriale difficilmente contestabile del quotidiano libanese The Daily Star. Il titolo è già un programma: «Fino a quando il mondo continuerà a pagare per la follia di israeliani e palestinesi?». Il giornale libanese paragona queste conferenze a una fatica di Sisifo.


L’appuntamento è immancabilmente a Sharm el Sheikh: lunedì è in programma il vertice dei Paesi donatori che dovrebbe affrontare il tema della ricostruzione a Gaza dopo il conflitto delle scorse settimane. Sarà il debutto vero per Hillary Clinton in Medio Oriente. Ma anche l’Italia si prepara ad arrivare sul Mar Rosso con rulli di tamburo, forte del ruolo di presidente di turno del G8. La Farnesina ha già annunciato che metteremo sul piatto 10 milioni di aiuti. A raffreddare un po’ gli entusiasmi arriva, però, oggi un editoriale difficilmente contestabile del quotidiano libanese The Daily Star.

Il titolo è già un programma: «Fino a quando il mondo continuerà a pagare per la follia di israeliani e palestinesi?». Il giornale libanese paragona queste conferenze a una fatica di Sisifo: si dice che l’Autorità Palestinese chiederà ai donatori 2,8 miliardi di dollari per la ricostruzione. Ma questi Paesi, prima ancora di aprire il portafoglio, sentono Israele minacciare nuovi raid in risposta ai lanci di razzi che continuano. «In assenza di un accordo di pace, o almeno di una tregua duratura – spiega The Daily Star -, la comunità internazionale non potrà che finire un’altra volta nel circolo vizioso di chi paga per lo sviluppo e la ricostruzione dei Territori palestinesi, per poi ritrovarsi a versare un’altra volta ancora più denaro per riparare gli stessi edifici e le stesse infrastrutture una volta che saranno state bombardate di nuovo in un’altra campagna militare indiscriminata».

La fotografia della situazione non potrebbe essere più chiara. A oltre un mese ormai dal cessate il fuoco unilaterale decretato da Israele la situazione è tornata esattamente quella di prima: da Gaza partono almeno un paio di Qassam al giorno, Israele risponde con raid aerei nella zona dei tunnel, le armi continuano a entrare, i beni di prima necessità passano a singhiozzo, i nostri quotidiani hanno ricominciato a fregarsene altamente di quanto succede a Gaza. Salvo – all’inizio della prossima settimana – ospitare la classica paginata sul libro dei sogni che ci verrà sciorinato da Sharm el Sheikh. A quel punto saremo a posto. Fin quando un Qassam non farà qualche vittima, la reazione israeliana non sarà più solo simbolica e ricomincerà tutto da capo, come tante volte abbiamo già visto.

Ci sarebbe un altro modo per affrontare in maniera un po’ più seria il dramma di Gaza? Io credo di sì. E il primo passo sarebbe una sana dose di realismo. Si va avanti a discutere sul fatto se sia giusto o meno trattare con Hamas. Ma questo ormai è un dibattito ideologico già vecchio. Abu Mazen – quello che a Sharm el Sheikh andrà a battere cassa – sta già parlando con Hamas. Come riferisce l’agenzia Maan, oggi al Cairo sono ripresi i colloqui tra le fazioni palestinesi. Con cinque commissioni che devono sciogliere i nodi per arrivare a un governo di unità nazionale che porti alle elezioni legislative e presidenziali a Gaza e nella Cisgiordania. Ora: quelli che vanno a Sharm el Sheikh che cosa pensano di questo negoziato? Può piacere oppure no, ma oggi questa è l’unica strada concreta per pensare di riportare la situazione di Gaza sotto controllo. Anziché fingere di non vedere, forse la comunità internazionale farebbe bene a muoversi per incoraggiare questo percorso, adottando contemporaneamente tutte le tutele del caso. Altrimenti, se si dovesse davvero arrivare a un governo di unità nazionale con dentro anche uomini di Hamas, che succede dei soldi promessi per la ricostruzione?

L’accordo tra le fazioni palestinesi è il passaggio obbligato anche per l’altro punto spesso evocato nei discorsi su Gaza, ma sempre senza alcuna concretezza: la presenza di una forza «terza» (né israeliana, né palestinese) con funzioni di garanzia sul passaggio ai valichi. È la formula magica che tutti ripetono. E l’Italia è ovviamente subito corsa a offrire la sua disponibilità (a pattugliare al largo le coste, però…). Che cosa servirebbe, però, perché una forza del genere fosse realmente efficace? Sul sito del Washington Institute for Near East Policy, importante think-tank americano, lo spiegava molto bene già durante la guerra un tecnico, il generale Montgomery Meigs. Occorre una forza consistente e con poteri reali, non quattro osservatori. Altrimenti non solo non serve ma diventa addirittura controproducente. Allora: l’idea di una presenza internazionale di garanzia per tutti è un obiettivo prioritario per far uscire Gaza dalla situazione in cui si trova. È l’unico modo per dare una prospettiva di futuro alla popolazione civile. Se si vuole che il vertice di Sharm el Sheikh abbia un senso, bisogna parlare anche di questo. Occorre legare il coinvolgimento economico a un coinvolgimento politico forte, con cui le fazioni palestinesi facciano i conti mentre negoziano al Cairo. Altrimenti lunedì si staccheranno degli assegni in bianco. Utili solo per mettere a posto la coscienza.

Clicca qui per leggere l’editoriale di The Daily Star
Clicca qui per leggere l’articolo dell’agenzia Maan
Clicca qui per leggere l’articolo pubblicato sul sito del Washington Institute for Near East

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