Terrasanta.net - Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

I vescovi iracheni chiedono un Sinodo per il Medio Oriente

22/01/2009  |  Roma
email whatsapp whatsapp facebook twitter versione stampabile

I vescovi iracheni chiedono con forza «un Sinodo per il Medio Oriente» per discutere la situazione dei cristiani e «indicare prospettive per il loro futuro»; rivolgono un appello alla comunità internazionale perché si faccia carico «non solo dei rifugiati ma anche dei cristiani che sono rimasti in Iraq», e al nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dicono: «L'Iraq va affidato agli iracheni in condizioni di pace e di sicurezza, e non lasciato ai Paesi che tentano di metterci le mani sopra». A Roma per la quinquennale visita ad limina, i vescovi caldei ritengono che un Sinodo possa analizzare la situazione in modo sistematico. La richiesta, presumibilmente, verrà rivolta al Papa la prossima settimana.


I vescovi iracheni chiedono con forza «un Sinodo per il Medio Oriente» per discutere la situazione dei cristiani e «indicare prospettive per il loro futuro»; rivolgono un appello alla comunità internazionale perché si faccia carico «non solo dei rifugiati ma anche dei cristiani che sono rimasti in Iraq», e lottano tra rapimenti e attentati contro quello che i presuli non esitano a definire un «complotto perché lascino il Paese», come dimostra «il martirio di 500 persone, fra le quali un vescovo e quattro sacerdoti» in questi anni. E al nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che durante l’insediamento ha detto di volere «affidare l’Iraq alla responsabilità del suo popolo», replicano: «L’Iraq va affidato agli iracheni in condizioni di pace e di sicurezza, e non lasciato ai Paesi che tentano di metterci le mani sopra».

A Roma per la quinquennale visita ad limina in Vaticano, i vescovi caldei hanno sollecitato una maggiore attenzione al dramma dei 5 milioni di iracheni sfollati dall’inizio della guerra nel 2003 (almeno due milioni all’estero e gli altri in patria) in occasione della presentazione ieri sera a Radio Vaticana del documentario Iraq SOS rifugiati girato in Siria e Giordania da Elisabetta Valgiusti (fondatrice dell’associazione Salva i monasteri).

È stato l’arcivescovo caldeo di Kirkuk, mons. Luis Sako, a lanciare l’idea di un Sinodo per il Medio Oriente «come quelli organizzati per Africa, Asia, America Latina o per lo stesso Libano». Perché «i problemi dei cristiani sono gli stessi in Iraq, Palestina, Libano» e riguardano tanto l’emigrazione quanto la convivenza con i musulmani nei loro Paesi, dove malgrado le discriminazioni «hanno una testimonianza da portare», a cominciare «dal perdono». «Non abbiamo la visione d’insieme, la capacità per studiare da soli un tema così complesso: occorre che il Vaticano prepari con cura un Sinodo per approfondire la situazione dei cristiani nei loro Paesi e nella diaspora, il loro ruolo nella politica in Medio Oriente, i rapporti con l’islam e per indicare delle prospettive per il nostro futuro».

È stato mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, a dar voce alle speranze degli iracheni sul nuovo presidente degli Stati Uniti: «Il futuro dei cristiani in Iraq è oscuro e il fatto che Obama abbia detto di voler uscire dall’Iraq con responsabilità deve voler dire restituire l’Iraq agli iracheni in pace e sicurezza, senza interessi. Abbiamo sofferto tanto a causa degli Stati Uniti e abbiamo bisogno che qualcuno curi le nostre ferite, anche perché sono tanti i Paesi che vorrebbero metter le mani sull’Iraq… La democrazia non si esporta ma va insegnata ed imparata» ha osservato. E poi c’è il problema politico dei cristiani, del tentativo di relegarli in un ghetto nella piana di Ninive, che la Chiesa locale ha osteggiato con forza: «la nostra situazione viene politicizzata dagli arabi e dai curdi, abbiamo un solo seggio per centinaia di migliaia di cristiani, solo a novembre 2.500 famiglie se ne sono andate da Mosul: abbiamo gridato ma nessuno ci ascoltava, né in Iraq, né in America né in Europa… Bisogna far conoscere questo problema affinché i governanti possano fare qualcosa nell’interesse degli iracheni».

Dall’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, mons. Georges Casmoussa, è venuta l’ammissione che il problema politico dei cristiani è iniziato ben prima della guerra ingaggiata dagli Stati Uniti. «Avevamo difficoltà prima del 2003 ed ora sono 100 volte superiori… Ma il problema non sono gli americani, che prima o poi se ne andranno. Il problema in Iraq – ha osservato – è la negazione dell’altro: è il fatto che la maggioranza non accetta la minoranza, se non come strumento di potere. I cristiani si considerano cittadini di tradizione locale, hanno radici in questa terra e non sono un’importazione occidentale. Quindi non capisce perché non dovrebbero essere accettati come cittadini pari agli altri. Abbiamo chiesto di poter continuare a vivere in Iraq come abbiamo sempre fatto e vogliamo che siano riconosciuti i nostri diritti civili: ci vogliono leggi che tutelino la nostra presenza ed è quello che manca in Iraq fin dall’indipendenza».

«Quando i cristiani – ha proseguito il presule – vedono che nei loro villaggi il governo confisca le loro terre per darle ad altri, si sentono come se togliessero loro il tappeto da sotto i piedi: è chiaro che le pressioni dei fondamentalisti e la presenza degli occupanti americani rendono questa situazione ancora più fragile. Quando una minoranza del 3-4 per cento si sente continuamente perseguitata è ovvio che per prima cosa fugga all’estero in cerca di una vita pacifica, ma oltre a occuparsi dei rifugiati bisognerebbe risolvere a monte il problema del riconoscimento dei diritti. Anche perché poi – ha aggiunto Casmoussa – i rifugiati vengono incoraggiati a restare all’estero, e quelli in patria a raggiungerli… Personalmente non sono ottimista sul ritorno dei cristiani rifugiati: rientreranno in patria solo se potranno avere scuole, università, lavoro, pari diritti di cittadinanza e non solo tolleranza».

L’arcivescovo Sako ha rivendicato come il bene politico che i cristiani possono offrire nei Paesi arabi sia proprio il rispetto del pluralismo: «La democrazia non è la stessa in Medio Oriente, dove uno dei problemi è l’uso della libertà: senza cultura politica e dopo 35 anni di dittatura abbiamo bisogno di essere formati al rispetto del diverso per garantire un Iraq unito e forte, dove ci sia una classe dirigente che prepari il futuro con le competenze e non le armi», ha detto. «Questo è il contributo che dopo duemila anni i cristiani possono continuare a portare». A maggior ragione dopo la testimonianza di «500 martiri, tra i quali un vescovo e quattro preti». Un Sinodo, ha detto, potrebbe analizzare la situazione in modo sistematico e capire quali direzioni prendere per l’avvenire e come assistere chi rimane all’estero. La richiesta presumibilmente verrà rivolta al Papa la prossima settimana, quando inizierà la visita ad limina dei vescovi caldei.

In Terra Santa coi francescani

Recarsi in Terra Santa è toccare con mano i luoghi in cui il Verbo di Dio è entrato nell’esperienza umana in Gesù di Nazaret.

Vai alla pagina
dell'Ufficio pellegrinaggi
Newsletter

Ricevi i nostri aggiornamenti

Iscriviti
Sostienici

Terrasanta.net conta anche sul tuo aiuto

Dona ora
Sorella anima
David-Marc d’Hamonville

Sorella anima

Alla scoperta di una interiorità possibile
La notte di Natale
Papa Francesco

La notte di Natale

Il buon augurio del presepe