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La crisi in Medio Oriente

08/10/2008  |  Milano
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La crisi in Medio Oriente
Alti e bassi finanziari anche in Medio Oriente.

Come sta toccando il Medio Oriente la crisi finanziaria globale? Nonostante gli indici delle borse anche qui siano in picchiata, i giornali sono pieni di rassicurazioni molto simili a quelle che leggiamo in Italia («i nostri mercati finanziari hanno una dimensione molto locale», «i fondamentali della nostra economia sono solidi»...). Il ministero delle Finanze israeliano ha addirittura parafrasato il grande filosofo ebraico Mosé Maimonide e stilato una «Guida dei perplessi» per i risparmiatori. Sotto sotto, però, qualche voce comincia a dipingere un quadro meno roseo. Come mostrano i due articoli che rilanciamo oggi.


Come sta toccando il Medio Oriente la crisi finanziaria globale? Nonostante gli indici delle borse anche qui siano in picchiata, i giornali sono pieni di rassicurazioni molto simili a quelle che leggiamo in Italia («i nostri mercati finanziari hanno una dimensione molto locale», «i fondamentali della nostra economia sono solidi»…). Il ministero delle Finanze israeliano ha addirittura parafrasato il grande filosofo ebraico Mosé Maimonide e stilato una «Guida dei perplessi» per i risparmiatori. Sotto sotto, però, qualche voce comincia a dipingere un quadro meno roseo. Come mostrano i due articoli che rilanciamo oggi.

Su The Daily Star una voce autorevole come quella di Rami Khouri esce dal coro per dire che nel mondo arabo la crisi finanziaria avrà ripercussioni pesantissime. Perché mette a nudo la pochezza delle politiche messe a punto negli ultimi 35 anni dai governi per capitalizzare la massa di soldi arrivata con il boom petrolifero e le rimesse degli emigrati. La tesi di Khouri – difficilmente smentibile – è che questo denaro non è stato destinato a far crescere un’economia solida. Così i Paesi arabi dipendono tuttora dalle vendite petrolifere, dagli investimenti stranieri e dal commercio. Quindi la crisi finanziaria non potrà che voler dire minori rimesse, meno aiuti internazionali, crescita della disoccupazione, debolezza nel commercio e nel turismo. Per Khouri, dunque, questo è il momento per imparare la lezione. «È ora – scrive – che i Paesi arabi imparino che hanno molto di più da guadagnare investendo nell’industria, nell’agricoltura, nella tecnologia informatica e nell’istruzione piuttosto che agganciarsi alla locomotiva della finanza globale per andare dovunque essa conduca». È un problema economico, ma non solo. «Non è una sorpresa – osserva ancora Khouri – il fatto che neanche i maggiori movimenti politici di oggi in Medio Oriente – islamisti, tribalisti, milizie, populisti eccetera – abbiano uno straccio di risposta a questo problema. È invece un’opportunità potenzialmente storica per leader onesti che abbiano il coraggio di alzarsi e dire agli arabi la verità sui loro fallimenti. E suggerire un percorso logico per il risveglio nazionale, la sicurezza e il benessere».

Quanto a Israele, invece, la crisi finanziaria sta diventando l’occasione per interrogarsi sui nuovi magnati. Al centro del ciclone c’è infatti Lev Leviev, multimiliardario di origine Uzbeka e fondatore della Africa Israel Investments, una holding con interessi che spaziano dalle costruzioni all’energia e grandi investimenti in Russia e negli Stati Uniti. Sul Jerusalem Post Calev Ben-David racconta molto bene non solo le perdite di queste ore, ma anche il clima che le sta accompagnando. L’israeliano medio – che non investe a Wall Street e ha sempre guardato con molto sospetto ai nuovi ricchi venuti dall’est – vive il tonfo di Leviev come una sorta di rivincita. Ma il gioco – avverte Ben-David – potrebbe essere molto pericoloso. Perché – esattamente come negli Stati Uniti – un eventuale fallimento di Africa Israel Investments lo pagherebbero tutti. I nuovi magnati non sono un’isola: i tassi di crescita impetuosi dell’economia israeliana sono un frutto anche loro. Ad esempio dall’impero di Levev dipendono pezzi importanti dell’edilizia, del turismo e dell’industria energetica israeliana. «Sul fatto che il sentimento populista di questi giorni sia in qualche modo giustificabile si può discutere – commenta Ben-David -. Quello che invece è certo è che molti in Israele, che lo sappiano oppure no, nel prossimo anno sfortunatamente condivideranno le sorti di Levev. E senza il cuscino di ritrovarsi comunque con il loro ultimo miliardo».

Clicca qui per leggere l’articolo di The Daily Star

Clicca qui per leggere l’articolo del Jerusalem Post

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