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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Medaglieri vuoti

25/08/2008  |  Milano
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Come in tutto il mondo anche il Medio Oriente in questi giorni si è arrovellato intorno a una domanda: ma le nostre medaglie alle Olimpiadi quando arrivano? Alla fine Israele ha salvato l'onore della patria con un bronzo nel windsurf, salutato come un trionfo epocale. Ma anche gli arabi non ridono: l'Egitto torna casa solo con un bronzo; siriani, giordani, palestinesi e libanesi non hanno sfiorato neanche lontanamente il podio. Bruciano sui media arabi gli scarsi risultati a livello sportivo.


Come in tutto il mondo anche il Medio Oriente in questi giorni si è arrovellato intorno a una domanda: ma le nostre medaglie alle Olimpiadi quando arrivano? Alla fine Israele ha salvato l’onore della patria con un bronzo nel windsurf, salutato come un trionfo epocale. Ma anche gli arabi non ridono: l’Egitto torna casa solo con un bronzo; siriani, giordani, palestinesi e libanesi non hanno sfiorato neanche lontanamente il podio.

Sembrerebbe un problema da poco. Invece nel mondo globalizzato lo sport è un indice di potenza importante. Che rivela anche aspetti non trascurabili dello stato di salute di una società. Bruciano, dunque, sui media arabi gli scarsi risultati a livello sportivo. Specie nell’edizione dei giochi che ha visto la Cina superare gli Stati Uniti nel medagliere. Durissimo il commento dell’agenzia palestinese Maan: «Le Olimpiadi sono un’occasione per le tivù di tutto il mondo per riprendere degli arabi che fanno qualcosa di diverso rispetto a tenere in mano delle armi. Data la quantità di tempo che trascorriamo a preoccuparci delle armi, è una vergogna che non riusciamo a prevalere neanche nella gara del tiro a segno, che è stata vinta da una donna della Bulgaria. (…) Complimenti ai leader arabi per il loro fallimento, complimenti agli arabi per la loro debolezza».

«Mia figlia di nove anni Dina – commenta invece su The Jordan Times Daoud Kattab – guarda le gare e ogni volta che c’è una finale mi chiede: quali sono gli arabi?». Kattab è meno categorico: cita a giustificazione l’assenza di strutture e la scarsa abitudine a partecipare a competizioni internazionali. Ma poi – con parole molto diplomatiche – mette il dito su un motivo probabilmente non secondario della debacle: «Quasi tutti i comitati olimpici arabi sono guidati da politici. E se questo può essere un vantaggio per ottenere dai governi ciò di cui necessitano gli sportivi per i loro allenamenti, c’è il pericolo che la vicinanza trascenda per andare a influenzare decisioni che dovrebbero essere prese solo su basi professionali». Tradotto in parole povere: gli arabi non vincono perché a gareggiare ci vanno non i più forti, ma gli amici dei politici.

Prima dell’agognata medaglia la psicosi olimpica dilagava anche in Israele. Che si guadagna il gradino più alto del podio almeno per l’articolo più spietato nei confronti dei propri atleti. Su Haaretz Nir Wolf ha elencato le «dieci migliori scuse degli atleti per gli scarsi risultati a Pechino». Alcune sono notevoli: il judoka Arik Ze’evi ha dichiarato di «aver pianto troppo nei giorni prima della gara»; il tiratore Guy Starik se l’è presa col vento che «è iniziato proprio mentre stavo sparando». Il primo posto nella classifica Wolf lo ha assegnato all’allenatore del ginnasta Alexandr Shatilov, che ha tirato fuori dal cilindro la risposta: «È tutta colpa della politica». Un vero e proprio classico, anche in Medio Oriente.

Clicca qui per leggere l’articolo di Jordan Times
Clicca qui per leggere l’articolo di Maan
Clicca qui per leggere l’articolo di Haaretz

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