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Accordi e disaccordi tra Cina e Israele

01/11/2007  |  Milano
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Accordi e disaccordi tra Cina e Israele
Pechino, 30 ottobre 2007. Il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni firma l'accordo sul turismo con il collega cinese Yang Jiechi.

Incentivare nuovi flussi turistici dalla Repubblica Popolare Cinese è stato uno degli obbiettivi del viaggio compiuto a Pechino, tra il 27 e il 30 ottobre, dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni. E in effetti, dopo due anni di negoziati, la Livni e il suo collega cinese, Yang Jiechi, hanno firmato un accordo che attribuisce ad Israele, da parte del governo cinese, lo status di «Destinazione approvata» con tutte le facilitazioni e i vantaggi che ne derivano. Ma sul piano della strategia internazionale gli israeliani non smuovono la Cina per quanto riguarda le sanzioni contro l'Iran. Pechino resta al fianco di Teheran.


(g.s.) – Nel mese di ottobre a Gerusalemme s’è registrato un grande afflusso di pellegrini, come non se ne vedeva da molto tempo in questa stagione. Numerose le comitive da Paesi europei come Spagna e Francia, ma anche molto folte le rappresentanze di nazioni dell’Estremo Oriente quali la Corea del Sud e la Cina (Hong Kong, in particolare).

Proprio incentivare ancora di più i flussi turistici dalla Repubblica Popolare Cinese è stato uno degli obbiettivi del viaggio compiuto a Pechino, tra il 27 e il 30 ottobre, dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni.

Al termine di un biennio di negoziati, il giorno 30 la Livni e il suo collega cinese, il ministro degli Esteri Yang Jiechi, hanno firmato un accordo che attribuisce a Israele, da parte del governo cinese, lo status di «Destinazione approvata». Il che consente alle agenzie di viaggio e agli operatori turistici cinesi di inserire lo Stato ebraico tra i pacchetti di viaggi organizzati oggi sul mercato. Gli israeliani contano così di poter attingere ad un bacino di potenziali turisti quasi sconfinato qual è quello cinese. L’accordo consente la partecipazione alle fiere di settore organizzate nel territorio della Repubblica Popolare; la pubblicazione di guide e materiali pubblicitari in cinese; lo scambio di delegazioni di addetti ai lavori e l’organizzazione di viaggi promozionali rivolti a giornalisti e operatori turistici tramite i quali proporre «la destinazione Israele» al grande pubblico.

Sempre sul versante economico, cinesi e israeliani hanno concordato di intensificare gli scambi commerciali proponendosi di raggiungere i 10 miliardi di dollari entro il 2010.

La presenza a Pechino di Tzipi Livni, che è anche viceprimo ministro nel governo Olmert, aveva però anche un’altra ragione, ben più strategica: ottenere l’appoggio della Cina nella campagna internazionale di contenimento delle mire nucleari del governo iraniano. Gli israeliani speravano di incassare il consenso di Pechino all’imposizione di nuove sanzioni a Teheran da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In particolare si tratterebbe di introdurre limitazioni contro le banche iraniane; proibire gli investimenti stranieri in Iran; sospendere le assicurazioni sul commercio estero di quel Paese e ad adottare misure contro l’organizzazione dei Guardiani della rivoluzione.

Ma la Cina preferisce rimanere in buone relazioni con Teheran e ha opposto un chiaro no alle richieste israeliane per bocca dello stesso primo ministro Wen Jiabao. Chissà se la Livni avrà almeno scongiurato la fornitura dei nuovi caccia con tecnologia israeliana all’aeronautica militare iraniana.

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