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Il rabbino capo di Haifa: dialoghiamo per conoscerci e amarci

30/10/2007  |  Roma
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Il rabbino capo di Haifa: dialoghiamo per conoscerci e amarci
Shear Yashuv Cohen, rabbino capo della città israeliana di Haifa.

Il dialogo fra le grandi religioni mondiali è necessario «per imparare e per conoscersi» e disinnescare così «la paura dell'altro», ma deve avvenire «senza perdere la propria identità». Così il rabbino capo di Haifa, e presidente della Commissione bilaterale Vaticano-Israele sul dialogo fra ebrei e cattolici, Shear Yashuv Cohen. In una nostra intervista il religioso ebreo ricorda che l'Antico Testamento rappresenta la Sacra Scrittura per le tre religioni abramitiche «e questa è già una buona ragione per parlarsi».


Il dialogo fra le grandi religioni mondiali è necessario «per imparare e per conoscersi» e disinnescare così «la paura dell’altro», ma deve avvenire «senza perdere la propria identità»: il rabbino capo di Haifa e presidente della Commissione bilaterale Vaticano-Israele sul dialogo fra ebrei e cattolici Shear Yashuv Cohen ricorda che l’Antico Testamento rappresenta la Sacra Scrittura per le tre religioni abramitiche «e questa è già una buona ragione per parlarsi».

Signor rabbino, nei giorni scorsi lei ha partecipato, come ogni anno, al Meeting di Sant’Egidio che si è svolto a Napoli. Eppure c’è scetticismo sul dialogo interreligioso. Qual è, secondo lei, il senso di questi incontri?
Non credo che sia un dialogo forzato perché nessuno ci obbliga a venire: il dialogo avviene prima di tutto per imparare e per conoscersi, perché l’ignoranza crea paure, le paure creano odio e l’odio degenera in spargimento di sangue. Mentre se conosci l’altro, sai che non c’è niente di cui aver paura. Le tre religioni monoteistiche hanno molto in comune: la fede nell’unico Dio. Perché dunque dovremmo combatterci a vicenda e tradire il Patto che il Creatore ha fatto con noi? Questo per me è il senso del dialogo e penso sia un bell’inizio che può impedire la sofferenza di tante persone, perché l’influenza dei leader religiosi è molto grande.

Quale ruolo gioca l’ebraismo nel dialogo delle grandi religioni mondiali?
Può sembrare che gli ebrei abbiano perso la guerra fisicamente ma io credo che l’abbiano vinta spiritualmente: l’Impero romano e la Grecia sono scomparsi portandosi dietro il politeismo, mentre in tutto il mondo oggi centinaia di milioni di credenti venerano l’Unico Dio, con delle differenze ma sulla base della stessa idea: il Dio di Israele è il nostro Dio, Dio è uno. La Bibbia ebraica corrisponde all’Antico Testamento per i cristiani, i musulmani a loro volta venerano il libro di Mosè, con delle varianti ma le radici sono le stesse. Nelle case della metà dell’umanità c’è una Bibbia con delle parti in comune e questa è già una buona ragione per parlarci: non per ignorare le differenze, né per dimenticare ciò che è accaduto in passato. Oggi il fatto di incontrarsi per conoscersi, stare insieme, capirsi, se riesce ad evitare anche una sola parola di violenza è già un grande risultato. Ciascuno di noi viene perché gli piace venire, vogliamo rivederci, nascono amicizie personali… In questi anni ho stretto amicizie autentiche con molti cardinali, e sono rapporti di amicizia sincera, non è semplice buona educazione.

Come valuta gli sviluppi del dialogo ebraico-cristiano?
C’è stata una rivoluzione che è iniziata cinquant’anni fa con papa Giovanni XXIII, che ha avviato il cambiamento nella Chiesa cattolica verso l’ebraismo e gli ebrei. E poi la Dichiarazione conciliare Nostra Aetate ha segnato una svolta: con l’abrogazione della «teoria del rifiuto» è venuta meno la base dell’antigiudaismo, della persecuzione di tanti ebrei, definiti poi «fratelli maggiori» dei cristiani da Giovanni Paolo II nella visita alla sinagoga di Roma nel 1986. E poi il viaggio del Papa in Israele: la preghiera che ha lasciato nel Muro del Pianto, un gesto così denso di significato per gli ebrei, la sua elegia allo Yad Vashem per le vittime della Shoah. Infine dobbiamo riconoscere che molti cardinali e vescovi stanno riscoprendo nella loro predicazione l’ebraicità di Gesù, l’ebraicità dei primi apostoli e che la Bibbia è stata scritta in ebraico. Il fatto stesso che l’antisemitismo sia stato definito dalla Chiesa un crimine contro l’umanità è un altro segno del grande cambiamento avvenuto. Ci sono poi tanti gesti di amicizia da parte di tante personalità della Chiesa verso gli ebrei: tempo fa sono stato a Lublino, e ho visto in una chiesa una targa con la preghiera ebraica Shema’, Israel… nella stessa Polonia dove tanti ebrei sono stati uccisi! Sono rimasto profondamente commosso. In uno degli incontri organizzati da Sant’Egidio a Lisbona, il cardinale José Cruz da Policarpo ha chiesto perdono per i crimini della Chiesa durante una cerimonia nella stessa piazza dove nei secoli passati tanti ebrei erano stati bruciati perché si era scoperto che erano marranos (ebrei convertiti al cattolicesimo che segretamente continuavano a praticare la religione ebraica – ndr). Tutti questi gesti erano impensabili pochi anni fa. E dobbiamo riconoscere che è il frutto degli incontri, di ciò che stiamo facendo incontrandoci.

Che impronta darà Benedetto XVI a questo riavvicinamento?
Ho conosciuto il cardinal Ratzinger diversi anni fa, ad un convegno a Gerusalemme dove eravamo stati invitati entrambi su I limiti del dialogo. Si percepisce chiaramente che non si spinge così tanto avanti nelle sue teorie quanto il suo predecessore. Forse le origini polacche di Papa Wojtyla, la sua giovinezza vissuta mentre la Shoah stava avvenendo, eventi che provocarono uno choc in lui e nel mondo intero, spiegano il diverso approccio. Penso che Ratzinger continuerà il cammino che è stato intrapreso: non so se ci saranno cose nuove, ma certamente con il pontificato di Wojtyla la situazione è cambiata e credo che lui proseguirà sulla stessa rotta ma facendo attenzione a non livellare le differenze: questo è ciò che disse a Gerusalemme, che dovremmo comprenderci a vicenda ma tenendo presente che abbiamo un’idea diversa sulla natura della divinità. La mia impressione è che sia una persona seria, con una grande fede e con qualche timore di confondere la dottrina del cristianesimo con quella dell’ebraismo. Anche noi abbiamo rabbini che ci criticano, che ci dicono per i cristiani il dialogo è una forma missionaria per convertirvi tutti al cristianesimo. Io non la penso così, ma forse è bene che ci siano persone sia fra gli ebrei che fra i cristiani che ci ricordano che non dovremmo andare oltre un certo limite. Perdere la propria identità è sbagliato: penso che siamo sufficientemente forti per continuare nella nostra tradizione di fede e allo stesso tempo parlarci. In fondo il dialogo è un segno dei tempi che devono venire, come sta scritto: «tutte le Nazioni verranno a Gerusalemme e saliranno sul monte di Dio». Forse ci stiamo avvicinando alle profezie di Isaia e Michea: ci sono ancora Roma e Gerusalemme, ma forse un giorno ci sarà solo Gerusalemme, chi può dirlo…

Dal 2001 lei presiede con il cardinale Mejia la Commissione bilaterale Vaticano-Israele per il dialogo. Quali sono i risultati?
Ci vediamo una volta all’anno per discutere temi di mutuo interesse, come la sacralità della vita, la tutela della famiglia, la secolarizzazione, il contrasto alle guerre, perché credo che sia non solo nostro dovere ma in qualche modo la nostra vocazione cercare di impedire che la gente si odi e si combatta. È molto interessante vedere quanto loro conoscono l’ebraismo e quanto noi conosciamo il cristianesimo. Forse sopravvaluto il valore di questi incontri, ma a volte ho davvero l’impressione che si stiano realizzando le visioni dei profeti: se pensiamo che per secoli ci siamo combattuti, mentre oggi ci incontriamo periodicamente… E non solo parliamo: firmiamo Dichiarazioni congiunte! È una rivoluzione, insieme alla promessa di continuare a lavorare insieme.

Eppure in tutte le religioni aumentano le frange estremiste. Lo stesso conflitto in Terra Santa, secondo alcuni, oggi rischia di trasformarsi in un conflitto religioso.
La nostra amatissima Terra Santa soffre per tanta incomprensione e perché ci sono dei leader che educano i loro seguaci all’odio dell’altro. Eppure la pace è possibile. Io abito ad Haifa, dove circa il 25 per cento della popolazione è araba e viviamo non solo in pace ma in sincera amicizia. Sono andato quattro volte a cena dai miei amici musulmani durante il Ramadan, si sa che il pasto della rottura del digiuno è una festa per parenti e amici… Haifa è un’isola di pace e di comprensione in mezzo alla tempesta. È la stessa Terra Santa per ebrei, cristiani e musulmani: Gerusalemme, Yerushalaim in ebraico, significa la Città della pace; Al Quds, La Santa per i musulmani, in fondo ha lo stesso significato. Si può vivere l’amore per questa città con la gelosia di un amante per la sua donna, ma una città e uno Stato e una religione non sono un amore fisico: sono un amore spirituale. E un amore spirituale può essere condiviso con gli altri: anche questo è il senso ultimo del dialogo.

Cosa pensa delle argomentazioni religiose con cui i coloni difendono l’occupazione?
Si sovrappongono due piani: quello religioso del ritorno degli ebrei nella Terra promessa e quello politico, del comandamento di vivere in Terra Santa e ricostruirla. Per chi ha scelto di vivere ad Hebron si tratta in effetti delle loro credenze religiose: per loro chiunque le contrasti diventa un nemico da combattere. E poi è iniziato il terrorismo, gli assassinii… Molti miei amici sono stati uccisi ad Hebron in questi anni, ed io capisco che in quelle circosanze si possa perdere il controllo e diventare degli estremisti, ma questo non ha nulla a che fare con il retroterra religioso. Oggi si discute se restituire i Territori allo Stato palestinese, ma non vedo il motivo per cui gli ebrei non dovrebbero restare e vivere in pace con i palestinesi. L’idea che se ci ritiriamo esisterà uno Stato palestinese in cui gli ebrei non potranno vivere è sbagliata, ed anche l’idea che i palestinesi non possano vivere in Israele è sbagliata: ognuno dovrebbe poter vivere dove si trova, al sicuro, in pace con i vicini, facendo prosperare la sua famiglia e il suo lavoro.

Come valuta l’ipotesi di uno Statuto internazionalmente garantito per Gerusalemme?
Dovremmo distinguere fra la sovranità politica ed il valore che Gerusalemme riveste per le tre grandi religioni mondiali. Non vedo problemi fra ebrei e cristiani, penso che dovremmo garantire a tutti i pellegrini il privilegio di pregare nei Luoghi Santi. Il problema è con l’islam a causa del Monte del Tempio, attualmente la Spianata delle Moschee, che è il luogo più sacro per gli ebrei ed il secondo luogo più sacro per i musulmani dopo La Mecca. Personalmente ritengo che ci sia una soluzione possibile: dopo l’arrivo nel 637 del califfo Omar a Gerusalemme e la costruzione di queste due splendide moschee, nei 400 anni successivi i suoi seguaci autorizzarono gli ebrei a costruire una sinagoga sulla stessa Spianata, da erigersi proprio fra la Cupola della Roccia e la moschea Al Aqsa. Io stesso ho visto i documenti storiografici che ne parlano. Ora, se tale progetto andava bene per 400 anni, non vedo perché oggi i musulmani dovrebbero dirci: «La Spianata è tutta per noi, voi avete il Muro Occidentale». Ci permettano di pregare nello stesso luogo lo stesso Dio, facciamo degli accordi in modo da non disturbarci a vicenda. Se andiamo a pregare su un luogo che è santo per qualcun altro, rispettiamo tale santità: ci rivolgiamo allo stesso Dio, che è Santo per noi e per loro.

L’eventuale accordo per il Monte del Tempio è all’ordine del giorno per il Consiglio delle istituzioni religiose di Terra Santa?
Ho partecipato proprio tre settimane fa a una riunione con i vertici del Tribunale islamico e delle Chiese cristiane, ed anche il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice ha cercato di capire se si profilavano vie d’uscita: devo dire che sia noi che i cristiani avevamo un approccio positivo, mentre non posso dire la stessa cosa dei musulmani: sembravano aver paura che volessimo togliere loro qualcosa. Non è nostra intenzione! Potremmo istituire un Comitato interreligioso di supervisione, che fosse con l’Onu o con i Paesi della regione, ad esempio con Israele e Palestina, Egitto, Arabia Saudita… Avanzo la mia candidatura per essere uno dei supervisori e sono certo che troveremo una soluzione per ogni problema.

Come immagina il Messia? Sarà una persona o un’èra?
Secondo la nostra tradizione e secondo Maimonide sarà una persona: una persona scelta da Dio per la redenzione del mondo. Gli evangelici pensano che quando sarà ultimato il ritorno degli ebrei nella Terra promessa il Messia riapparirà, naturalmente parlano di Cristo. E per questo alcuni rabbini ci chiedono: «Come potete lavorare con loro, che vogliono portare il cristianesimo ovunque?». Ed io rispondo: «Sapete una cosa? Lasciamolo venire, e quando sarà fra noi gli chiederemo se è la prima volta o la seconda che viene: e Lui risponderà». Non ho paura della sua risposta. Noi vogliamo che il Messia arrivi, loro vogliono che ritorni… Preghiamo perché arrivi. Anche i musulmani credono in un Messia che dovrebbe arrivare. Che arrivi o ritorni, facciamolo venire e saremo tutti quanti felici!

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