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I giusti musulmani

29/10/2007  |  Milano
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Una mostra su alcuni musulmani che si diedero da fare per salvare la vita agli ebrei durante la persecuzione nazista. Non in un posto qualsiasi, ma allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme. È un vero e proprio evento l'esposizione che aprirà i battenti giovedì, come ci racconta l'articolo che rilanciamo oggi, pubblicato dal Jerusalem Post.


Una mostra su alcuni musulmani che si diedero da fare per salvare la vita agli ebrei durante la persecuzione nazista. Non in un posto qualsiasi, ma allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme. È un vero e proprio evento l’esposizione che aprirà i battenti giovedì, come ci racconta l’articolo che rilanciamo oggi, pubblicato dal Jerusalem Post.

La mostra si intitola «Besa: un codice d’onore», ed è una raccolta di fotografie dei Giusti tra le nazioni albanesi e delle loro famiglie. È la prima volta che lo Yad Vashem mette a tema il contributo di una nazione a maggioranza musulmana al salvataggio degli ebrei. Ed è un tema – evidentemente – di grande attualità oggi, viste le tesi negazioniste del presidente iraniano Ahmadinejad.

Come ho spiegato nel mio libro Antisemitismo una categoria fuori controllo (ed. San Paolo, 2007), quelli vissuti nei Paesi musulmani sono i più dimenticati tra i Giusti tra le nazioni. Le loro storie sono infatti politicamente scorrette sia per gli arabi sia per gli ebrei. Ad esempio, nonostante uno storico rigoroso come Robert Satloff abbia ricostruito alcune storie che avrebbero tutti i requisiti, nessun arabo ha ancora ricevuto il riconoscimento ufficiale dallo Yad Vashem. Per questo la mostra che si apre giovedì a Gerusalemme è un fatto molto importante. «Perché mio padre ha scelto di salvare uno straniero mettendo a rischio la vita sua e dell’intero villaggio? – si chiede nell’articolo Enver Alia Sheqer, figlio del Giusto tra le nazioni Ali Sheqer Paskai -. Perché mio padre era un devoto musulmano. E credeva che salvare una vita significa entrare in paradiso». Dobbiamo assolutamente far uscire dall’oblio questi uomini straordinari.

Clicca qui per leggere l’articolo del Jerusalem Post