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Tareq Mitri: «Il Libano ai libanesi, ci aiutino i Paesi amici»

23/08/2007  |  Rimini
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Tareq Mitri: «Il Libano ai libanesi, ci aiutino i Paesi amici»
Il ministro libanese Tarek Mitri.

Il Libano non può permettersi di diventare «uno Stato improbabile, una repubblica precaria»: per questo è così importante che i Paesi europei «amici» del Libano facciano di tutto per «proteggerlo dalle interferenze delle potenze regionali, in particolare Siria e Iran» perché il Libano «con la sua specifica identità di convivenza islamo-cristiana è troppo debole per proteggersi da solo». Con queste parole, pronunciate a Rimini durante il Meeting per l'amicizia dei popoli, il ministro della Cultura e ministro degli Esteri ad interim del Libano, Tarek Mitri, ha rivolto un pressante appello alla comunità internazionale perché non abbandoni il suo Paese che si appresta, in autunno, all'elezione del capo dello Stato.


Il Libano non può permettersi di diventare «uno Stato improbabile, una repubblica precaria»: per questo è così importante che i Paesi europei «amici» del Libano facciano di tutto per «proteggerlo dalle interferenze delle potenze regionali, in particolare Siria e Iran» perché il Libano «con la sua specifica identità di convivenza islamo-cristiana è troppo debole per proteggersi da solo e deve ancora riapprendere a vivere insieme» dopo le terribili violenze che l’hanno scosso negli ultimi decenni. Con queste parole ieri, durante il Meeting di Rimini per l’amicizia dei popoli, il ministro della Cultura e ministro degli Esteri ad interim del Libano, Tarek Mitri, ha rivolto un pressante appello alla comunità internazionale perché non abbandoni il suo Paese alla vigilia della cruciale elezione del capo dello Stato – che la Costituzione prevede sia un cristiano – programmata tra il 25 settembre e il 25 novembre.

Il capo della diplomazia libanese ha passato in rassegna i problemi e le «esasperate divisioni» che impediscono al Parlamento di avviarsi con maggiore concordia all’elezione del Presidente. «Dopo l’atroce guerra (tra Hezbollah e Israele nell’estate dello scorso anno – ndr) che si è conclusa il 17 agosto 2006 con il "cessate il fuoco", ci troviamo ancora in una situazione di instabilità» ha riferito Mitri in una sala gremita di pubblico.

«Mai come oggi – ha spiegato l’uomo politico – la violenza verbale ha caratterizzato così tanto il dibattito pubblico, e temiamo che le tensioni fra i vari gruppi possano degenerare. Per alcuni questa violenza è catartica e si potrà evitare che diventi violenza fisica: la maggior parte dei libanesi non osa nemmeno ricordare i conflitti sanguinosi del nostro recente passato. Altri invece hanno paura di quel che può accadere, perché ci sono tensioni aggravate dalle divisioni politiche e le divisioni politiche sono a loro volta alimentate sia dalle differenze tra le comunità che compongono il Paese sia dai Paesi confinanti che esasperano le diversità tra di noi».

Il ministro degli Esteri ha poi indicato un altro motivo di preoccupazione nel «dilagare della violenza dall’Iraq», con le onde del terrorismo che lambiscono anche il Libano, come dimostra l’infiltrazione nel campo profughi palestinese di Nahr el Bared della formazione Fatah Al Islam «che secondo me ha molto poco a che vedere sia con Fatah che con l’Islam» ha aggiunto Mitri. «Una formazione – ha aggiunto – che si è dimostrata assai più importante in numeri, sostenitori e armamenti di quanto potessimo pensare: è entrata in quel campo profughi, ne ha assunto il controllo e l’ha trasformato in un campo di battaglia, in un jihad per tutto il Libano, come loro stessi dicono». Con la conseguenza che il Libano è stato investito da questa «violenza terroristica importata».

Quanto poi alle pressioni che le potenze regionali continuano ad esercitare sul Paese dei Cedri, Mitri ha elencato delle richieste precise: «Abbiamo bisogno di sicurezza ai confini per prevenire il traffico illegale di armi. Israele, poi, fornisca al Libano le mappe delle armi, delle bombe a frammentazione, che sono rimaste in territorio libanese. Altro obiettivo è il rilascio dei prigionieri, israeliani e libanesi, detenuti nelle rispettive prigioni. Infine è necessario che i militari dell’Onu, per agire in maniera efficace, possano non solo difendersi, ma cooperare in maniera costruttiva con l’esercito libanese».

Ora la priorità è l’elezione del presidente della Repubblica: un appuntamento che il Libano non può mancare «se vuol dimostrare alla comunità internazionale di essere un Paese unito e democratico»: «se non saremo in grado di eleggere il capo dello Stato – ha ammesso Mitri – siamo un Paese inesistente, una Repubblica precaria. E il Libano non vuol essere questo. Da dieci mesi il Parlamento non si riunisce e non sappiamo se si riunirà per eleggere il capo dello Stato. Dobbiamo assolutamente superare questa fragilità perché queste elezioni sono un segnale forte dell’identità democratica del Libano ed è responsabilità di tutti garantire che possano avere luogo in un clima di legittimità e rispetto della Costituzione».

Un’elezione che chiama in causa direttamente la comunità cristiana, divisa fra sostenitori del governo filo-occidentale di Fouad Siniora e sostenitori di Hezbollah e della Siria. «Il Capo dello Stato è per Costituzione un cristiano maronita ma non è il presidente dei cristiani maroniti: egli rappresenta tutti i libanesi» ha risposto il Ministro ad una domanda sul ruolo dei cristiani nel Paese. «È vero che la comunità cristiana ha subito una diminuzione della sua energia a causa dei cambiamenti demografici e dell’emigrazione irreversibile: ma l’erosione del loro peso politico – ha scandito – non pregiudica il ruolo fondamentale che i cristiani continuano a svolgere in Libano, ed anche nella specifica identità del Libano che risiede proprio nell’essere un Paese che ospita da sempre comunità di diverse confessioni. Per questo – ha aggiunto – non credo che i cristiani debbano necessariamente parlare con una sola voce: credo che ci sia spazio per avere anche opinioni diverse se si riesce a salvaguardare l’identità democratica e pluralista del Libano».

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