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Castelli di sabbia

21/06/2007  |  Milano
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Merita di essere letto per intero l'articolo che proponiamo oggi. Su Yedioth Ahronot Nahum Barnea, uno dei più autorevoli editorialisti israeliani, propone un'analisi estramente lucida della situazione venutasi a creare a Gaza e in Cisgiordania. Al centro c'è una tesi forte: la vicinanza israelo-americana ad Abu Mazen e al governo costituito a Ramallah è solo un castello costruito sulla sabbia. Non è bene farsi grandi illusioni sullo Stato «buono», dei «moderati» di Fatah, in Cisgiordania.


Merita davvero di essere letto per intero l’articolo che proponiamo oggi. Su Yedioth Ahronot Nahum Barnea, uno dei più autorevoli editorialisti israeliani, propone infatti un’analisi estramente lucida della situazione venutasi a creare a Gaza e in Cisgiordania. Ed è un’analisi che ha al centro una tesi forte: la nuova, improvvisa, vicinanza israelo-americana ad Abu Mazen e al governo costituito a Ramallah è solo un castello costruito sulla sabbia. Non è bene farsi grandi illusioni – sostiene Barnea – sulla «chiarificazione» creata dai due Stati palestinesi: l’Hamastan a Gaza «cattivo» e lo Stato «buono» dei «moderati» di Fatah in Cisgiordania, con cui adesso si potrà davvero lavorare per fare la pace.

Di un’illusione, infatti, si tratta. Primo perché i palestinesi (sia di Hamas sia di Fatah) continuano a ritenere inaccettabile la divisione con Gaza. Secondo (e probabilmente ancora più sostanziale) perché Fatah è un movimento così diviso e così in crisi che difficilmente sarà capace di costruire in Cisgiordania un’amministrazione accettabile per gli standard degli Stati Uniti e di Israele. Dove finiranno, allora, i milioni di dollari in arrivo a Ramallah? «Nello scenario peggiore – risponde Barnea – saranno sperperati nei rivoli della corruzione. Nel migliore serviranno a ricostruire qualcosa di ciò che in questi ultimi anni è stato distrutto. Ma non basterà a fare la differenza». Servono svolte vere, non assegni in bianco ad Abu Mazen. E per arrivarci bisogna avere il coraggio di mettere davvero sul tavolo i prezzi che ciascuna delle due parti deve pagare se vuole arrivare alla pace. Con partner internazionali che giochino la propria faccia come garanti. Un’operazione da leader forti, con un consenso alle spalle da poter gettare sul piatto della bilancia. L’opposto di ciò che sono oggi sia Olmert sia Bush.

Clicca qui per leggere l’articolo di Yedioth Ahronot

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