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L’affare della pace

31/05/2007  |  Milano
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Ma perché, con tante organizzazioni non governative in cui israeliani e palestinesi lavorano insieme, non si arriva mai alla pace? La domanda ricorre spesso tra la gente. Una risposta severa, ma ugualmente molto interessante, la offre una riflessione tratta dalla newsletter bitterlemons.org e rilanciata dal quotidiano libanese The Daily Star. Ve la proponiamo.


Ma perché, se ci sono tutte queste organizzazioni non governative (ong) in cui israeliani e palestinesi lavorano insieme, non si arriva mai alla pace? È una domanda che mi sento rivolgere spesso quando tengo serate sulla situazione in Medio Oriente. Una risposta severa ma ugualmente molto interessante la offre questo articolo tratto dalla newsletter bitterlemons.org e rilanciato oggi dal quotidiano libanese The Daily Star. Perché quello proposto da Akram Baker è un serio esame di coscienza proposto da un personaggio che questo mondo lo conosce dall’interno. È un articolo che parla di un pericolo: quello di trasformare anche la pace in un affare. E si tratta di una sana provocazione. Perché è vero che intorno alle ong che lavorano per superare il conflitto israelo-palestinese ormai girano un sacco di soldi.

È un po’ un meccanismo di compensazione: siccome non sono capaci di prendere posizioni politiche forti sui problemi politici che dilaniano questa terra, i governi nazionali e le istituzioni internazionali non si fanno pregare a finanziare progetti della «società civile». Così – annota Baker – si organizzano settimane in cui i giovani Shlomo e Mohammad stanno insieme sulle montagne dell’Austria, scoprendo il loro comune interesse per la musica e le ragazze. Ma il problema è che poi ritornano a casa e Shlomo magari si trova a dover far rispettare il coprifuoco nel villaggio di Mohammad. Può bastare quella settimana in Austria per cambiarre le cose?

Detto questo l’articolo di Baker ha però anche un limite: quello di mettere tutte le ong sullo stesso piano. Perché, ad esempio, c’è una bella differenza tra una realtà come The Parent’s Circle, che prova a far incontrare tra loro e sul posto i parenti delle vittime di questo conflitto, e chi organizza in Europa le «partite del cuore» tra squadre di calcio israeliane e palestinesi. Il problema credo che stia nell’avere chiara non solo la grande meta della pace, ma anche gli ostacoli che oggi la rendono impossibile. Se si vuole dare una mano per superare il conflitto è questo criterio che governi, fondazioni, amministrazioni locali dovrebbero seguire quando ricevono una richiesta di finanziamento. Con cento «giornate-evento» in meno probabilmente si può far nascere una scuola «mista» in più.

Clicca qui per leggere l’articolo del Daily Star

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