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Quando l’Italia fu ponte verso Israele

03/04/2007  |  Milano
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Quando l’Italia fu ponte verso Israele

È aperta a Milano fino a domenica 8 aprile la mostra In cammino verso Israele. Immagini della sosta in Italia dei sopravvissuti. Visitandola si ha l'impressione di sfogliare un album di famiglia, dove le fotografie e i documenti esposti ci fanno ripercorre un pezzo di storia che è anche la nostra. Ospita l'esposizione il Museo di Storia contemporanea di Milano, in via Sant'Andrea, 6.


Visitando la mostra In cammino verso Israele. Immagini della sosta in Italia dei sopravvissuti, si ha l’impressione di sfogliare un album di famiglia, dove le fotografie e i documenti esposti, però, ci fanno ripercorre un pezzo di storia che è anche la nostra.

La mostra, in corso fino all’8 aprile presso il Museo di Storia contemporanea di Milano (in via Sant’Andrea, 6), documenta la tappa italiana della rinascita ebraica dopo la Shoà ed è dedicata alla memoria di Astorre Mayer, primo console generale d’Israele a Milano, che partecipò attivamente ai rischi e alle fatiche della Aiyà Bet (immigrazione «clandestina»).

Il primo approccio all’esposizione è infatti con la testimonianza scolpita nel marmo di chi è uscito vivo dal lager nazista e ha trovato rifugio presso la famiglia Mayer: Le rose della Villa Mayer mi hanno aiutato a tornare alla vita dopo Auschwitz.

Per comprendere appieno queste parole occorre, a chi non ha vissuto la tragedia, fare uno sforzo immaginativo.

Al termine della seconda guerra mondiale, si poneva per i superstiti della Shoà il problema di dove andare e di doversi riabituare a vivere da persone libere. Molti di loro avevano perso tutto, a partire dalla casa e dagli affetti più cari.

Il desiderio condiviso dalla maggioranza era di ritornare nella terra dei loro padri. Il rientro in Israele, però, non era affatto semplice, anche a causa delle norme restrittive imposte dal governo britannico e in particolare dal Libro bianco emesso nel 1939 per regolamentare l’afflusso di ebrei in Palestina.

Nacquero così dei centri dove, clandestinamente, venivano organizzate le partenze verso la Terra Santa, tra cui quello di via Unione a Milano, che è avvalorato anche da una fotografia esposta in mostra.

In Italia, però, Milano non era l’unica città in cui i rifugiati hanno potuto trovare asilo.

Le varie sezioni della mostra, documentano, ad esempio, le esperienze dei profughi ebrei vissuti nell’Hachsharà di Fano e degli allievi della scuola professionale marittima, sempre a Fano. Nella maggior parte dei casi, la permanenza in Italia è durata anche qualche anno, ma fortunatamente è stata positiva.

Nel video che riporta le interviste dei sopravvissuti che hanno trovato ospitalità a Santa Maria di Bagno, una piccola frazione in provincia di Lecce, molti raccontano di aver trovato in questo luogo il paradiso terrestre. E i volti sorridenti e finalmente sereni di queste fotografie, confermano le parole delle interviste.

La fase di costruzione delle navi e della partenza dall’Italia, è invece confermata da alcuni pannelli realizzati dal Comune della Spezia – in Israele chiamata porta di Sion – una delle principali basi di partenza degli scampati dai lager, da dove sono partite le navi Fede e Fenice.

Una tabella rende conto delle navi di immigrazione clandestina salpate sia dall’Italia che da altri Paesi, da cui emerge che dall’estate del ’45 alla primavera del ’48 oltre 23 mila profughi riuscirono a lasciare l’Italia diretti in Eretz Israel («terra d’Israele»).

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione tra l’Associazione italiana amici dell’Università di Gerusalemme, il Dipartimento di Scienza della storia dell’Università degli studi di Milano e il Dipartimento di Studi ebraici dell’Università ebraica di Gerusalemme. La curatrice, Sylvia Sabbadini, auspica che il prezioso lavoro di ricerca e documentazione che è stato finora realizzato, possa essere incrementato, per poter contribuire al recupero della memoria.

 

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