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Rimpianto di una città-giardino

27/03/2007  |  Milano
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Rimpianto di una città-giardino
Panorama di Tel Aviv visto da Jaffa. (foto M. Gottardo)

Il prossimo anno Tel Aviv compie 100 anni. Ma che tipo di città sta diventando? È la domanda che si è posto in questi giorni sul quotidiano Haaretz l'architetto e urbanista Israel Goodovitch, il quale proprio non ama i grandi grattacieli in costruzione nella più moderna città israeliana. Goodovitch ricorda ai suoi connazionali come negli anni Trenta Tel Aviv fosse stata pensata come una «città giardino».


Taglierà l’anno prossimo il traguardo dei suoi primi 100 anni. Ma che tipo di città sta diventando oggi Tel Aviv? È la domanda che si è posto in questi giorni su Haaretz l’architetto Israel Goodovitch, urbanista, con un’intervista in cui spara a zero sui grandi grattacieli in costruzione nella più moderna città israeliana. Come chiunque vi ha messo piede avrà sperimentato, Israele è il paradiso degli architetti: Paese giovane, grandi investimenti, infrastrutture, voglia di lasciare il segno su una terra finalmente ritrovata. Tutti elementi che portano ad aprire in continuazione nuovi cantieri. Non stupisce, allora, che anche su temi come l’architettura o l’urbanistica nascano dibattiti infuocati nell’opinione pubblica.

Nell’intervista rilasciata ad Haaretz Goodovitch, che per un breve periodo è stato anche a capo dell’ufficio di pianificazione urbanistica di Tel Aviv, si scaglia contro le 50 torri con appartamenti di lusso già realizzate o in via di realizzazione: «Il fatto che stiamo portando qui architetti superstar attualmente senza lavoro, non basta a trasformare Tel Aviv in una piccola Manhattan», commenta l’architetto. Goodovitch ricorda come negli anni Trenta Tel Aviv fosse stata pensata come una «città giardino». Un impianto che le torri stanno ormai definitivamente cancellando. Ma l’osservazione più velenosa la riserva agli abitanti dei nuovi appartamenti extra-lusso: «Li compra gente anziana che lascia un’altra casa privata, oppure yuppies o single. Posso garantire che le famiglie con bambini non vanno a vivere lì. Alla fine ci vivrà solo quel genere di persone che vengono (in Israele) per la festa di Pasqua o per Rosh Hashanah (il capodanno ebraico)».

Clicca qui per leggere l’articolo di Haaretz

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