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«Risolvere i conflitti regionali per porre fine alla crisi del Libano»

06/12/2006  |  Roma
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Marwan Sehnaoui presiede l'Associazione libanese dell'Ordine di Malta. In un convegno che si è svolto ieri a Roma ha tratteggiato l'impegno dell'Ordine nel Paese dei cedri e ha offerto uno spaccato significativo della situazione sociale e politica.


«Sono stati dei mesi terribili. Un milione di sfollati, famiglie distrutte, feriti e mutilati, macerie a Beirut e nel sud del Libano. Erano state distrutte dai bombardamenti 17 chiese nei villaggi dell’interno. E, in quella devastazione, quanto è stato importante per quelle piccole comunità cristiane, isolate, vederle ricostruite! Le abbiamo rimesse in piedi tutte e diciassette, maronite, cattoliche di altri riti o greco-ortodosse, senza distinzione: questo ha dato alla popolazione e a noi stessi una straordinaria fiducia». Marwan Senhaoui, presidente dell’Associazione libanese dell’Ordine di Malta, ha ancora negli occhi gli orrori dell’ultima guerra in ordine di tempo combattuta sul suolo del Libano.

«Un Paese che negli ultimi trent’anni è stato aggredito, ferito, martirizzato, e che ancora oggi è ostaggio dei conflitti regionali intorno a sé. Il Libano è il terreno dove si cerca di risolvere questi conflitti, ed è troppo debole per venirne fuori da solo», allarga le braccia il rappresentante dell’antico ordine cavalleresco a margine dell’appuntamento annuale, nelle sale di Palazzo Marini a Roma, del Sovrano militare Ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta (il convegno, intitolato Dal mondo per il mondo – Libano, Congo ed Est Europa: esempi di solidarietà dal rapporto 2006 dell’Ordine di Malta, si è svolto il 5 dicembre – ndr).

L’Ordine, presente in 120 Paesi del mondo con le sue strutture mediche e attività sociali, da trent’anni opera anche in Libano con dieci centri medici e varie unità mobili mediche che assistono la popolazione, quasi sempre in collaborazione con personale medico musulmano (come nel caso del centro di Siddikine, nel sud del Libano dove i medici – cattolici – dell’Ordine lavorano fianco a fianco con il personale sanitario sciita della Fondazione Sadr che ha costruito il centro). Anche nella guerra di 34 giorni che la scorsa estate ha opposto Israele alle milizie di Hezbollah, l’Ordine si è ritrovato in prima linea nei soccorsi.

«Nessun conflitto confessionale, ma un problema di influenze regionali», rimarca Senhaoui nei giorni in cui la comunità internazionale assiste all’avvitamento della crisi politica in Libano, con la prova di forza di Hezbollah che ha portato in piazza a Beirut un milione di persone per costringere alle dimissioni il governo definito «filo-occidentale» di Fouad Siniora. «Nessuno sa come può andare a finire. Se il mondo decide che il Libano ha diritto a vivere in pace, le comunità libanesi torneranno a vivere in pace. Ma è una decisione internazionale: decidere che il Libano ha sofferto abbastanza, e che è ora di metter fine ai conflitti regionali», dice Senhaoui.

Da questo punto di vista, che la missione Unifil possa contribuire alla pacificazione del Paese «dipende solo dalle regole d’ingaggio: se i soldati dell’Unifil hanno le istruzioni dai loro superiori per intervenire, rappresentano decisamente e senza dubbio un organo di pace».

Quel che più conta, scandisce Senhaoui, è che i cristiani all’estero facciano sentire la loro voce: «È fondamentale – rimarca – che i cristiani nel mondo capiscano che la presenza della cristianità in Terra Santa, ed il Libano è parte della Terra Santa, è essenziale. Quindi la cosa più importante è che facciano pressione sui loro governi dicendo: lasciate che i cristiani in questa area vivano liberi».

Un incarico stringente per la Santa Sede: «Il ruolo del Vaticano è fondamentale: in fin dei conti è l’ultima istanza a cui i cristiani possono rivolgersi per far capire al mondo che il Libano deve esser lasciato in pace. Perché se la cristianità scompare dalla Terra Santa, è una perdita per l’umanità intera: cristiani e musulmani devono poter vivere insieme pacificamente, ed il Libano è la prova di questa capacità di vivere insieme. Il Libano, come disse Giovanni Paolo II, non è un Paese ma un messaggio: lasciate che questo messaggio giunga al mondo».

 

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