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Monsignor Twal: ancora e sempre chiediamo pace

19/12/2006  |  Gerusalemme
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Monsignor Twal: ancora e sempre chiediamo pace
Monsignor Fouad Twal, vescovo coadiutore del patriarca latino di Gerusalemme.

Al Bambino di Betlemme farà «l'unica richiesta possibile nell'Israele di oggi: quella pace che gli uomini, i politici, non riescono a costruire».Giorni fa abbiamo interpellato monsignor Fouad Twal, vescovo coadiutore di Gerusalemme dal 2005. Nato in Giordania da famiglia araba, è stato per 13 anni vescovo di Tunisi, capitale di un Paese dove i cattolici sono 22 mila in mezzo a una popolazione di 9 milioni di persone di religione islamica. La conversazione con lui non può non toccare i temi del Natale e della presenza cristiana in seno al mondo musulmano.


Al Bambino di Betlemme farà «l’unica richiesta possibile nell’Israele di oggi: la pace che gli uomini, i politici, non riescono a costruire».

Monsignor Fouad Twal, vescovo coadiutore di Gerusalemme (con diritto di successione), da molti è ritenuto una pedina importante della diplomazia vaticana in Medio Oriente. Arabo, nato in Giordania nel 1940, è stato per 13 anni – dal ’92 al 2005 – vescovo di Tunisi, in un Paese dove i cattolici sono 22 mila in mezzo a una popolazione di 9 milioni di persone di religione islamica.

Monsignor Twal, come sarà il Natale a Gerusalemme?
Per noi Gerusalemme è inseparabile da Betlemme e da tutta la Palestina, invece ci troviamo davanti a un muro che taglia le comunicazioni fra città, parrocchie, famiglie e tutto diventa difficile, anche muoversi. Il governo di Israele a Natale ci aiuta, ci rilascia dei permessi. Li richiediamo per migliaia di cristiani, che in questo modo possono partire da Gerusalemme e dalle altre città e raggiungere Betlemme. Ma il fatto stesso di dover chiedere permessi significa che la situazione è anormale. Gerusalemme per noi cristiani è anche la città della croce. Noi siamo chiamati a portare la croce della divisione, della separazione fra tutti i credenti e anche fra i cristiani. Se camminiamo con la croce arriveremo al Golgota, ma anche dopo il Golgota, dove c’è la resurrezione, la speranza, la gioia di vedere risorgere questa Gerusalemme per tutti, per tutti i suoi figli, per tutti i figli di Abramo.

Vede segni di speranza?
Abbiamo l’impressione che con la visita del primo ministro israeliano Ehud Olmert a Roma e il passaggio qui da noi, qualche tempo fa, della signora Condoleeza Rice qualcosa si muova. Mi sembra che ormai tutti siano convinti che è arrivato il momento di trovare una soluzione. Perché la causa palestinese non risolta ha conseguenze in tutto il Medio Oriente: l’Iraq, il Libano, Gaza, tutto è connesso a questa soluzione che non arriva.

Lei ha detto che a Gaza sarebbe auspicabile un intervento dell’Onu, come in Libano. Lo crede ancora?
Siamo rimasti colpiti positivamente dal ruolo assunto dall’Europa e dall’Italia in Libano, un intervento per mettersi in mezzo e separare chi sta combattendo. E ci auguriamo che accada anche a Gaza. So che per anni Israele ha rifiutato, ma so anche che Olmert è disposto a studiare una proposta. Non sarà la soluzione finale, ma forse servirà a evitare un’ulteriore escalation di violenza. Noi come Chiesa del Medio Oriente siamo pochi e la nostra voce è debole ma siamo contenti di farla sentire. Come abbiamo detto spesso, poiché Israele è il più forte deve compiere i passi più coraggiosi per arrivare a questa pace.

Una visita del Papa in Israele sarebbe di aiuto?
Il Santo Padre è sempre il benvenuto. Ma prima bisogna chiederci se le circostanze attuali consentano una sua visita.

Che ruolo può avere la chiesa del Medio Oriente nel dialogo con l’islam?
Qui in Israele preferiamo parlare poco di dialogo interreligioso. Noi arabi cristiani, qui come in Giordania, viviamo con i musulmani da quindici secoli. In questo arco di tempo abbiamo avuto momenti difficili, ma c’è stato sempre un «vivere con», un dialogo di vita, di amicizia e di lavoro. Il nostro agire come cristiani si traduce in scuole, nelle nostre espressioni di carità con gli ammalati, con le persone disabili… Credo che la nostra testimonianza, il nostro amore e il nostro lavoro con loro sul terreno sia il linguaggio più forte, quello che rompe le resistenze. Tanti sono stati gli incontri di dialogo a tutti i livelli in tutto il mondo, ma il rischio è che questi discorsi rimangano solo a livello teorico, che si riducano a formule di cortesia da una parte e dall’altra. Raramente abbiamo il coraggio di entrare nel merito. Va bene insistere sui punti comuni, però forse ci vorrebbe il coraggio di discutere anche i punti sui quali non siamo d’accordo, con rispetto, amicizia, senza pregiudizi.

Ritiene che la recente visita del Papa in Turchia abbia rappresentato una svolta nel dialogo con l’Islam?
Abbiamo avuto l’impressione che la visita sia stata molto ben preparata. Il Santo Padre, prima di toccare qualsiasi argomento, ha avuto l’intelligenza, la cortesia di guadagnarsi i cuori dei turchi responsabili del popolo. Ha cominciato molto bene con il ringraziare per l’accoglienza, ha sottolineato i punti comuni, specialmente durante la visita alla casa di Maria a Efeso, che è frequentata anche da musulmani. Ha ricordato come la Turchia sia cara ai cristiani per tanti motivi, perché lì è nata la prima comunità cristiana, perché a Efeso ha vissuto probabilmente la madre di Gesù. Ha parlato di Giovanni XXIII, che ha lasciato un buon ricordo in Turchia. Questo atteggiamento gli ha guadagnato il favore per gli argomenti a cui voleva arrivare: il dialogo con i musulmani, la libertà religiosa e di coscienza, la necessità di rompere tutti i pregiudizi. Si è riferito senza dirlo alla reazione negativa mondiale musulmana contro il suo discorso a Ratisbona.

Ritiene che nei Paesi a maggioranza islamica la visita in Turchia abbia avuto qualche impatto?
Ne ha avuto poco rispetto alla reazione negativa che hanno avuto i musulmani in tutto il mondo per il famoso passaggio del discorso di Ratisbona. Per quanto riguarda i Paesi moderati come la Giordania o la Tunisia, tutto è andato bene. Ma non è stato abbastanza, al punto che alcuni autori e scrittori moderati del mondo islamico si sono meravigliati che nessuna autorità musulmana abbia voluto dire una parola di ringraziamento di fronte all’atteggiamento e ai discorsi del Santo Padre. Soprattutto se si pensa che per il discorso di Ratisbona tutto il mondo musulmano è insorto con una sola voce. Siamo sicuri, d’altra parte, che dietro questa reazione c’erano motivi politici per «armare» l’opinione pubblica. E poi i mass media non hanno svolto un ruolo positivo, anzi hanno amplificato la reazione negativa.

Il viaggio, quindi, non ha rappresentato una svolta?
Ha rappresentato una svolta nei rapporti con le altre confessioni cristiane, in particolare con gli ortodossi. L’incontro con Bartolomeo I è stato molto positivo e così la dichiarazione congiunta che riguarda tutti i cristiani. Ci è piaciuta questa dichiarazione perché ha toccato anche il Medio Oriente, ha toccato il clima di conflitto pervasivo che sperimentiamo qui in Israele, in Palestina e in Iraq. Siamo contenti quando il Papa e gli altri responsabili cercano insieme cammini di riconciliazione, pace e perdono.

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