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Gli ayatollah iraniani fronteggiano il post Raisi

Elisa Pinna
24 maggio 2024
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Come è noto, il presidente iraniano Ibrahim Raisi è morto, con altre sette persone, lo scorso 19 maggio, nello schianto dell’elicottero su cui viaggiava. Subito si è messa in moto la macchina per la successione: a fine giugno il popolo eleggerà il nuovo capo dello Stato, ma i candidati saranno prima scremati dagli ayatollah.


Celebrati i funerali e stabilita, prima ancora di qualsiasi inchiesta, la versione ufficiale della «disgrazia» per la morte del capo dello Stato Ibrahim Raisi, le autorità iraniane si trovano ora a gestire una fase delicata e veloce, 50 giorni in tutto, per arrivare al voto in cui, a suffragio universale, verrà eletto il nuovo presidente della Repubblica Islamica e costituto un nuovo governo. Dalla persona che sarà scelta, in condizioni drammatiche per il Paese e per tutta la regione, si potrà capire meglio se la gerontocrazia al potere cercherà una qualche forma di cambiamento e nuova linfa per riconciliarsi con una popolazione sempre più distante o delusa, o preferirà mantenersi nei binari ormai arrugginiti dettati da interessi di élite, come avvenne nel 2021.

Come è noto, Ibrahim Raisi, è morto domenica 19 maggio nello schianto dell’elicottero su cui viaggiava, di ritorno dal confine con l’Azerbaigian dove aveva inaugurato una diga in compagnia del presidente azero Ilham Aliyev (quest’ultimo legato da un rapporto di collaborazione militare a Israele). Insieme a Raisi hanno perso la vita altre sette persone, tra cui il ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, che nelle ultime settimane aveva ripreso un dialogo informale, attraverso la mediazione omanita, con rappresentanti statunitensi.

Raisi non era un presidente amato dagli iraniani. Famoso perché, da giovane giurista, aveva contribuito a mandare al patibolo migliaia di oppositori al neo-regime rivoluzionario, era stato eletto presidente da un minimo storico di votanti e con un astensionismo record di oltre il 50 per cento dell’elettorato. Negli anni del suo mandato ha fatto poco per aumentare il consenso: al netto di Covid e sanzioni internazionali, le sue misure politiche hanno peggiorato la crisi economica e le condizioni di vita della popolazione. Ai movimenti di giovani che chiedevano non solo la libertà dal velo per le donne ma anche nuovi diritti e nuove opportunità nel proprio Paese, ha saputo rispondere solo con una repressione brutale. Non piaceva però nemmeno ai falchi, che avrebbero voluto una postura più combattiva nella regione. A questo proposito c’è da ricordare che la politica internazionale, in Iran, non la decidono né il presidente né la Guida suprema, ma il Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, di cui fanno parte entrambi (la Guida, attraverso un proprio rappresentante, e con il potere di veto) insieme ai capi delle forze armate, dei Pasdaran (i guardiani della rivoluzione – ndr) e a diversi ministri. È una camera di compensazione e decisionale collettiva che garantisce una continuità, anche in situazioni di estrema confusione, come quella che sta vivendo in questo momento l’Iran.

Nonostante il suo grigiore, o forse proprio per questo, Raisi era destinato a prendere, nel futuro, il posto di Alì Khamenei, nei progetti della nomenclatura religioso-politica iraniana. Se non fosse morto domenica, due giorni dopo, martedì 21 maggio, sarebbe stato eletto presidente dell’Assemblea degli Esperti, organismo composto da chierici, il cui unico incarico è quello di nominare tra loro, quando verrà il momento, la nuova Guida suprema. Ciò avrebbe costituto già una mezza incoronazione per Raisi verso un ruolo che in molti, peraltro, vogliono ridimensionare. Viceversa, nell’emergenza, è stato prescelto un ultranovantenne, l’ayatollah Mohavedi Kermani, in una mossa chiaramente transitoria.

Il ruolo di presidente è intanto stato assegnato – come da Costituzione – al primo dei vicepresidenti, Mohammad Mokhber (classe 1955), un laico, uomo d’apparato, di formazione economica. Fa parte, insieme al presidente del Parlamento e al capo del potere giudiziario, del triumvirato che guiderà il processo elettorale fino al giorno del voto, fissato per il 28 giugno. La tabella di marcia è stata già redatta: dal 30 maggio al 3 giugno potranno essere presentate le candidature. Normalmente in Iran si registrano in migliaia: candidati verosimili, altri improbabili e folkloristici ma soprattutto tantissime donne, a sfida di una legge che vieta loro la possibilità di diventare presidenti (possono invece accedere al ruolo di vicepresidente).

Lo snodo decisivo avverrà però tra il 4 e l’11 giugno, quando si riunirà il Consiglio dei guardiani, un organismo di dodici giuristi e chierici (direttamente o indirettamente nominati dalla Guida) che, oltre al diritto di veto sull’attività legislativa del Parlamento, ricopre il ruolo di selezionare i candidati alle elezioni presidenziali o legislative. Si tratta di un potere immenso, quasi senza pari nell’apparato della Repubblica islamica. È qui che si decide chi potrà essere il nuovo presidente o, almeno, si stabilisce chi non potrà diventarlo. Nel caso di Raisi, furono eliminati tutti i moderati, i riformisti e persino i conservatori che avrebbero potuto fare ombra. Rimasero, oltre al vincitore, tre concorrenti senza alcun seguito elettorale. Solo l’11 giugno sapremo se sarà stato ancora il criterio di autoconservazione a determinare le scelte del Consiglio dei guardiani. Dal 12 al 27 giugno si svolgerà la rapida campagna elettorale e il 28 giugno saranno aperte le urne. I candidati in corsa di solito sono dai quattro ai dieci.

Certo, se la difesa dello status quo avesse il sopravvento ed uscisse dal cilindro dei Guardiani un duplicato di Raisi, lo scollamento tra popolazione e apparato di regime rischierebbe di non essere più ricomponibile. La Repubblica islamica ha bisogno di una qualche forma di legittimazione popolare per cercare di sopravvivere. Ne era consapevole lo stesso padre fondatore, l’ayatollah Ruhollah Khomeini che, nel testamento scritto prima di morire nel 1988, avvertì i suoi compagni di Rivoluzione (tra cui diversi sono ancora seduti ai posti di comando) di non scordarsi mai del popolo: «Altrimenti – disse – farete la fine dello scià».

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