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«Nessuna liberazione palestinese senza parità di genere»

Manuela Borraccino
9 febbraio 2024
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Una riflessione dell’attivista palestinese per i diritti umani Aida Ali Qleibo sul post-colonialismo, sulla fine della guerra a Gaza e sulla liberazione dall’occupazione in Cisgiordania.


Non può esserci liberazione nazionale senza l’emancipazione delle donne in Palestina. Lo sostiene sulla rivista This Week in Palestine la giurista e attivista per i diritti umani palestinese Aida Ali Qleibo, in un articolo nel quale rimarca che non necessariamente la soluzione «due Stati per due popoli» potrebbe far raggiungere gli obiettivi della lotta di liberazione nazionale. Secondo la giovane studiosa, la solidarietà delle opinioni pubbliche occidentali con il popolo palestinese mostra che la guerra a Gaza è assurta a simbolo dei popoli oppressi dalle dinamiche post-coloniali in Medio Oriente e ha riportato in auge gli slogan delle rivolte arabe del 2011. Perciò la liberazione nazionale palestinese potrebbe essere raggiunta anche nella soluzione di un unico Stato per entrambi i popoli se ai palestinesi venisse data la possibilità di godere di pieni diritti di cittadinanza «in uno Stato laico, decolonizzato e democratico in grado di accogliere i bisogni e le aspirazioni tanto degli israeliani quanto dei palestinesi», compreso il diritto al ritorno almeno per una parte dei profughi del 1948 e dei loro discendenti.

Per Ali Qleibo il femminismo palestinese e la lotta di liberazione nazionale non solo si sovrappongono ma, come indicano i saggi di Angela Davis, «l’uguaglianza di genere precede ed è il prerequisito della liberazione palestinese». Infatti «la parità permetterebbe la piena espressione di una società palestinese egualitaria nella quale le donne possano giocare un ruolo di leadership e preparare i palestinesi per uno Stato democratico nel quale i diritti di tutte le minoranze siano tutelati ed equamente rappresentati».

Per questo, scrive l’autrice, le femministe di tutto il mondo non possono stare a guardare a braccia conserte quanto sta avvenendo a Gaza, come dimostra anche la circostanza che il movimento Black women radicals sia stata tra le prime organizzazioni a rivolgere un appello a Israele contro l’invasione di terra a Gaza. Mai come oggi, suggerisce Aida Ali Qleibo, il femminismo non può che essere intersezionale ovvero combattere tutte le diverse forme di dominio sulle donne, si tratti di «supremazia bianca, patriarcato, capitalismo, transfobia, abilismo (la discriminazione verso persone con disabilità – ndr)».

Insieme all’Egitto e all’Iran, storicamente il popolo palestinese è stato fra i primi a percorrere i passi del nazionalismo di genere come dimostra la vita e l’opera dell’etnografa Khultum Odeh (1892-1965), spesso indicata come la prima donna araba ad aver ottenuto il titolo di professoressa, nata a Nazaret ed emigrata in Russia nel 1914, fondatrice negli anni Trenta di un istituto di studi arabi presso l’Università di Mosca. È noto che fin dagli anni Venti l’Unione femminista egiziana pose la questione della «difesa della Palestina» dall’immigrazione sionista al centro della propria agenda politica, riuscendo anche a sollevare la «questione palestinese» alla Società delle Nazioni e in altri consessi internazionali. Le donne arabo-palestinesi fin dagli anni Trenta e Quaranta combatterono una duplice battaglia: quella finalizzata alla liberazione nazionale (allora in chiave anti-britannica) e l’altra parallela, a supporto di quella che per loro era la battaglia decisiva per la sopravvivenza della Palestina, in chiave antisionista. Molto è rimasto di quelle lotte e rivendicazioni, come dimostrano la tenacia delle palestinesi che nei Territori, a Gaza e nelle carceri si riconoscono a tutti gli effetti membri della resistenza.

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