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Samah Jabr, resistere con la psichiatria

Manuela Borraccino
10 gennaio 2024
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La resilienza delle palestinesi, la fortezza delle detenute, l’impatto psicosociale del conflitto: ne parliamo con la psichiatra Samah Jabr, dal 2016 direttrice del dipartimento di Salute mentale del ministero della Sanità palestinese.


«La salute mentale dei palestinesi è già, e sempre di più sarà nei prossimi anni, la principale sfida della Sanità palestinese» dice lapidaria dal suo studio a Gerusalemme in un colloquio via Zoom con Terrasanta.net la psichiatra Samah Jabr, 46 anni, dal 2016 direttrice del dipartimento di Salute mentale del ministero della Sanità palestinese. Il volto incorniciato da un hijab rosa antico, gli occhi neri e penetranti, Jabr è stata tra le prime studentesse di Psichiatria all’inizio degli anni Duemila ed è oggi uno dei medici in prima linea in una delle aree con la maggiore concentrazione di disturbi da stress post-traumatico del mondo. È diventata uno dei massimi esperti dell’impatto socio-psicologico del conflitto sui palestinesi e sul valore «umanizzante e terapeutico» della resistenza, alla quale ha dedicato la raccolta di saggi tradotti anche in italiano Sumud. Resistere all’oppressione (Ediz. Sensibili alle foglie, 2021). «Resistere all’occupazione – rimarca in questa intervista – significa continuare a immaginare un futuro e alimenta la speranza della liberazione. La resistenza è l’antidoto al trauma collettivo del popolo palestinese».

Dottoressa Jabr, perché ha scelto psichiatria?

Nel 2002, mentre stavo finendo la scuola di Medicina, ci fu un’ondata di raid israeliani a Jenin e in altre città della Cisgiordania. Vidi il tremendo impatto che le incursioni avevano sulla popolazione, qualcosa di molto simile a quello che stiamo vivendo oggi a Gaza. Cominciammo a ricevere in ospedale centinaia di persone che soffrivano di cefalee croniche, crisi di ansia, attacchi di panico, insonnia, dolori all’addome e altre forme psicosomatiche di disturbi da stress post-traumatico… Soprattutto sui bambini l’impatto dei bombardamenti era devastante. Mi resi conto di quanto fosse necessario curare la salute mentale: allora e anche oggi ci sono pochissimi psichiatri in Palestina. Mio padre, poi, insegnava Psicologia dell’educazione all’università, e avevo molti libri di psicologia a casa. Pensai di poter contribuire ad alleviare un grave problema.

Dal rientro nel 2006 dalla sua specializzazione a Parigi, lei ha diretto per dieci anni il Centro di salute mentale del distretto di Ramallah, con un’utenza di circa 300mila persone. Che cosa ha osservato?

In questi 17 anni ho constatato che i disturbi sono causati dallo stress fisico e psicologico delle lunghe attese e perquisizioni corporali ai posti di blocco, dai limiti ai movimenti, dall’esposizione alla violenza subita o assistita, dai pericoli ambientali, dalle minacce dei coloni e dagli attacchi che non risparmiano neppure gli operatori sanitari e i servizi medici. Già negli anni scorsi l’Organizzazione mondiale della Sanità stimava che la Palestina detenesse il maggior tasso di disturbi legati alla malattia mentale tra tutti i Paesi del Mediterraneo orientale. Abbiamo assistito in particolare a un aumento esponenziale dei suicidi, anche tra i giovani: fino a una trentina d’anni fa il suicidio era un fenomeno marginale nel mondo arabo, anche per il forte stigma religioso che lo accompagna.

Che legame ravvisa fra l’occupazione militare e l’aumento dei suicidi?

Dall’osservatorio del mio studio di psicoterapia sono testimone di come la violenza politica sia tra i fattori che causano l’aumento dei suicidi a cui assistiamo. L’oppressione alla quale i palestinesi sono sottoposti da più di 56 anni depriva le persone non solo della libertà ma anche della qualità della vita: gli ostacoli sui progetti di studio e di lavoro, l’esperienza diretta o indiretta all’interno della propria famiglia della confisca di terre, della demolizione delle case, della detenzione visto che secondo un rapporto delle Nazioni Unite almeno un milione di palestinesi sono passati dalle carceri israeliane dal 1967 ad oggi, le perdite e i lutti creano e alimentano un atteggiamento nichilista, fino a farlo diventare un pensiero dominante. La durezza della vita e la mancanza di prospettive di miglioramento chiudono l’orizzonte: per molte persone stare al mondo in queste condizioni diventa insopportabile. L’ho osservato anche nella Striscia di Gaza, dove fino al 7 ottobre scorso andavo regolarmente come consulente dell’Organizzazione mondiale della Sanità e di Medici senza frontiere, visto che a causa della triste separazione geografica e politica dal 2007 il mio raggio di azione effettivo è nei Territori occupati.

Quali sono state le sue priorità dal 2016 come capo dipartimento al Ministero?

Proprio perché abbiamo pochissimi specialisti della salute mentale in Palestina la mia attività principale consiste nella formazione degli operatori sanitari e sociali ad ampio spettro, oltre a quella di giovani psicologi e specializzandi in psichiatria. Come in altre aree del mondo in grave deprivazione, applichiamo il metodo organizzativo della condivisione delle competenze, ovvero task sharing. Con esso formiamo attraverso un protocollo di competenze psicologiche di base (Mental Health Gap Helping Programme) gli operatori psico-sociali attivi nelle primissime aree di intervento ad una persona in difficoltà: medici, infermieri, assistenti sociali, counselor, insegnanti perché sappiano riconoscere e trattare a un livello almeno iniziale il disagio mentale. Fino alla prevenzione del suicidio, al quale ho dedicato un manuale di teoria e pratica. Con l’aumento dei tentativi di suicidio abbiamo osservato come queste persone arrivino ferite nei Pronto soccorso, ricevano buone cure sanitarie per il corpo e vengano poi dimesse. Tuttavia, proprio perché si guarda soltanto alle conseguenze fisiche e non alle cause psicologiche, una volta uscite ripetono il tentativo e spesso purtroppo ci riescono. Gran parte del mio lavoro è perciò la formazione degli operatori sanitari del Pronto soccorso perché conoscano i protocolli sanitari previsti in questi casi: dobbiamo assicurarci che chi ha tentato di togliersi la vita venga ricoverato direttamente nei reparti di Psichiatria. Io stessa, in questi giorni di lutto e di dolore, ricevo molti video e richieste di aiuto dai colleghi rimasti sotto i bombardamenti a Gaza.

Sulla scia degli scritti dello psichiatra Frantz Fanon, lei ha indagato nei suoi saggi come il malessere psichico affondi le radici nelle ingiustizie e non solo in motivazioni personali. Che idea s’è fatta?

Secondo un rapporto dell’ottobre 2020 dell’Ufficio dell’Onu per gli Affari umanitari circa mezzo milione di adulti e bambini soffrono di stress psicosociale e di disturbi mentali a diversi livelli lievi, moderati e gravi nei Territori occupati e a Gaza e la situazione è ulteriormente peggiorata con il conflitto in corso. Nessuno di questi studi tuttavia misura il danno causato dal conflitto a livello sociale, al di là dell’individuo, né affronta i pregiudizi collettivi che influiscono sulle nostre relazioni all’interno della società e con gli altri. Le conseguenze collettive dell’occupazione comprendono l’oppressione interiorizzata, la sfiducia nei confronti della comunità, la bassa autostima.

Perché ritiene che la resistenza sia un rimedio?

La resistenza palestinese affonda le sue radici non solo in motivazioni politiche ed economiche ma anche in esigenze psicologiche profonde: la resistenza esprime un bisogno di coerenza cognitiva che consenta di superare la dissonanza, un bisogno di vedere sé stessi attivi nel rifiuto dell’oppressione lottando per la giustizia e in empatia verso coloro che sono oppressi. I valori morali, simbolici e spirituali espressi attraverso la resistenza sono di importanza cruciale per chi è privato di diritti. La resistenza ha dunque un’influenza umanizzante perché agisce contro la dinamica di oggettivazione a livello sia individuale che collettivo.

Quale spazio occupano le donne in questa dimensione così centrale per l’identità palestinese?

Senza ombra di dubbio le donne partecipano alla resistenza palestinese tanto quanto gli uomini, benché con modalità diverse. Gli uomini sono combattenti che spesso aderiscono anche alla lotta armata contro l’occupazione israeliana: recano ben visibili sul corpo, quando sopravvivono, le cicatrici della guerra di liberazione. Le ferite delle donne sono spesso invisibili, ma non per questo meno profonde o meno invalidanti nell’economia di una vita: la sofferenza delle donne è nella perdita. Che si tratti della perdita di un figlio, di un marito, di un fratello, che si tratti di un lutto o di una prolungata detenzione, le donne subiscono le conseguenze dell’assenza di un uomo al loro fianco nella vita, con tutto ciò che questo comporta. L’impatto psicologico e morale di questa assenza spesso non è visibile e non è misurabile dai parametri negli indici di sviluppo o sulla qualità della vita. Lavoro moltissimo come facilitatrice in gruppi di sostegno di ex detenute attraverso l’associazione Addameer e anche in gruppi di sostegno di madri che hanno perso i loro figli nel conflitto. Resto sempre colpita dalla resilienza delle donne, dalle risorse «organiche» direi, interne, che consentono loro di riprendersi da colpi durissimi: spesso hanno solo bisogno di uno spazio e di una relazione di contenimento per permettere a queste risorse interne di emergere e fiorire. L’anno scorso ricevetti per alcuni mesi una signora di Jenin affetta da depressione dopo l’uccisione del figlio da parte dell’esercito israeliano. Dopo alcune sessioni individuali e di gruppo con altre madri di ragazzi uccisi, alcune di loro andarono a trovarla. E lei mi raccontò quanta consolazione avesse trovato in quel gesto: il fatto stesso che avessero affrontato il viaggio da Gerico a Jenin era stato per lei più significativo di tutte le ore di terapia che potevamo fare insieme. Spesso il mio ruolo è quello di indirizzare e favorire l’emersione di risorse che esistono, ma restano, per così dire, sommerse.

Che cosa replica a chi obietta che la lotta armata è controproducente per i palestinesi?

La resistenza degli oppressi va al di là del calcolo rischi/benefici: è un’attività degna di per sé, anche in assenza di realizzazione degli obiettivi desiderati. È la resistenza per una vita degna, per una vita decente e non per la morte. Resistere all’oppressione significa continuare a immaginare un futuro ed è dunque un rimedio al trauma collettivo del nostro popolo, così come la solidarietà internazionale è riabilitante e terapeutica per i palestinesi e per chi li sostiene.

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