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Oman, piccolo regno, grande diplomazia

Elisa Pinna
5 giugno 2023
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Ora è al lavoro per riavvicinare Egitto e Iran, ma in Medio Oriente non vi è trattativa regionale importante che non veda il sultanato dell'Oman impegnato come mediatore, facilitatore, apripista. Una destrezza diplomatica nata mezzo secolo fa, quando prese il potere il sultano Qaboo Bin Said al Said.


A tessere l’infinita tela di riconciliazioni e accordi, dietro le quinte del palcoscenico mediorientale, vi è un piccolo regno con una grande e pragmatica diplomazia. Stiamo parlando dell’Oman. Non vi è attualmente trattativa regionale importante che non veda il sultanato impegnato come mediatore, facilitatore, apripista.

Basti guardare alla cronaca di questi giorni. A Muscat, capitale del sultanato, il 26 maggio scorso, è avvenuto uno scambio di prigionieri tra l’Occidente e l’Iran. Il Belgio ha liberato un cittadino iraniano incarcerato per terrorismo e la Repubblica islamica ha rilasciato un belga, condannato alla pena di 20 anni di detenzione per l’accusa di spionaggio. Un episodio circoscritto? Niente affatto. Gli scambi di prigionieri e ostaggi avvengono ormai da anni sulle piste dell’aeroporto di Muscat, con un occhio ad una partita ancora più grande, quella della ripresa di un dialogo diretto tra Stati Uniti e Iran, troncato nel 2018 dall’allora presidente Usa Donald Trump.

Il giorno dopo, 27 maggio, il califfo omanita, Haitham bin Tariq, è subito ripartito per un’altra missione che potrebbe riservare un colpo di scena piuttosto interessante. È infatti volato prima in Egitto, dove ha incontrato il presidente Abdel Fattah al Sisi, e poi in Iran, dove è rimasto fino al 29 maggio, per colloqui con la guida suprema Ali Khamenei e il presidente Ibrahim Raisi. Si sta discutendo – secondo i media della regione – di una possibile normalizzazione dei rapporti tra Egitto e Iran, che dal 1979, con la rivoluzione islamica a Teheran, si sono congelati. Da allora, l’Egitto mantiene in Iran solo un incaricato d’affari, a dispetto di Teheran che ha conservato un’ambasciata al Cairo. Una riappacificazione tra l’autocrazia di Sisi e la teocrazia di Khamenei coinvolge i due Paesi più popolosi dell’area mediorientale e nordafricana (l’Egitto sunnita con i suoi 108 milioni di abitanti e l’Iran sciita con i suoi 87 milioni) e rappresenta un altro tassello strategico in quei nuovi assetti mediorientali che si vanno delineando in seguito al disimpegno americano nella regione e al rapido consolidarsi della presenza politica, oltre che economica, cinese. Il ritorno ufficiale della Siria di Bashar al Assad nella Lega Araba avvenuto l’8 maggio scorso e avallato dai vertici sauditi ed emiratini pronti a finanziare la ricostruzione del Paese e il rimpatrio dei profughi, ha avuto un lungo preambolo nei palazzi di Muscat. Il sultanato non ha infatti mai rotto i rapporti diplomatici con Damasco, nonostante la sospensione della Siria dalla Lega nel 2011, quando la maggioranza dei Paesi arabi condivideva il progetto di eliminare il rais filoiraniano. Pur nel crescendo di una guerra devastante, l’Oman ha mantenuto aperto un canale di dialogo, attraverso cui si è alla fine ricomposta la faida interaraba. Persino in quello che appare il successo più importante degli ultimi mesi, ovvero la ripresa dei rapporti diplomatici tra Arabia Saudita e Iran, firmato a Pechino grazie alle garanzie della Cina, vi è un contributo dell’Oman. Da almeno un paio di anni infatti, insieme all’Iraq, il sultanato aveva convinto i due grandi avversari del Golfo ad aprire un dialogo diretto, con incontri sottotraccia che si sono svolti principalmente a Baghdad.

Da anni, poi, la diplomazia omanita è impegnata nel tentativo di mettere fine al conflitto che più la riguarda: quello in Yemen, Paese con cui il sultanato condivide un confine di 288 chilometri. Meno scontata è invece la mediazione avviata a Muscat sin dal febbraio 2023, tra ucraini e iraniani, per appianare lo scontro sui droni forniti da Teheran alla Russia.

Insomma, il piccolo sultanato – a detta di diversi analisti – sta dando prova di una diplomazia estremamente abile, dove la capacità di creare un equilibrio tra i diversi interessi, la tolleranza verso le differenze, la ricerca ostinata di soluzioni che portino beneficio a tutte le parti diventano chiavi che aprono molte porte e le tengono aperte anche durante i conflitti.

Questa destrezza diplomatica ha radici lontane, risalenti all’inizio degli anni Settanta del Novecento, quando il sultano Qaboo Bin Said al Said prese il potere, soppiantando suo padre, e si trovò alla guida di un Paese succube degli inglesi, lacerato da conflitti interni, isolato e non in grado di difendersi dalle mire dei vicini. Qaboo rovesciò la politica estera seguita fino ad allora, strinse relazioni diplomatiche con gli altri Paesi della regione, fece aderire l’Oman all’Onu, trasformò potenziali nemici in partner per risolvere questioni interne, adottò una politica di non allineamento ed aperta a tutti. Nel 1977, l’Oman fu tra le pochissime nazioni arabe a non rompere le relazioni diplomatiche con il Cairo, dopo che il presidente egiziano Anwar Sadat aveva riconosciuto ufficialmente Israele. Nel 1979 mantenne aperta l’ambasciata a Teheran dopo la rivoluzione khomeinista e propose, pur senza raggiungere lo scopo, un approccio condiviso per la sicurezza dello stretto di Hormuz. Adottò una posizione neutrale nella guerra Iran-Iraq e cercò di avviare un negoziato tra i due belligeranti. Nel 1994, il sultanato fu il primo Paese arabo del Golfo ad accogliere un premier israeliano, Yitzhak Rabin, e a prendere posizione in favore di colloqui diretti tra israeliani e palestinesi.

La politica estera indipendente di Qaboo ha dato prestigio e sicurezza all’Oman. Quando, nel 2020, lo storico sultano è morto a 79 anni, dopo quasi un cinquantennio di potere, il suo successore Haitham bin Tariq ne ha preso l’eredità, mantenendo salda la rotta diplomatica e negoziale di Muscat tra le acque non certo tranquille della regione.

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