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La ribelle del ghetto di Roma

Giulia Ceccutti
22 dicembre 2022
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La ribelle del ghetto di Roma

Questo libro pubblicato da Giuntina ci schiude una pagina di storia italiana "minore", che si svolge nella prima metà del Novecento dentro la comunità ebraica romana. La protagonista è una donna anticonformista e generosa, antifascista e ribelle, che Auschwitz strappa al mondo.


Elenuccia «la matta». La chiamavano tutti così nel ghetto di Roma, sorridendo delle sue stranezze e tramandando, di famiglia in famiglia, gli episodi curiosi di cui era stata protagonista. Tutti conoscevano la sua famiglia di umili origini e le sue vicende difficili, non di rado tragiche.

Nata nel 1912, donna del popolo dal temperamento ribelle, bizzarro, schietto e impavido, Elena Di Porto per tutta la vita si schierò, in modo spontaneo e sincero, contro le ingiustizie e la prepotenza dei forti in difesa delle persone più deboli, guadagnandosi l’attenzione della polizia, prima, e delle autorità fasciste, poi.

A ricostruirne la biografia, in questo libro ricco di note e fonti tutte rigorosamente riportate, è l’archivista Gaetano Petraglia, che compie un’opera preziosa: restituire alla memoria della comunità ebraica romana, e più in generale alla memoria collettiva, un tassello di storia significativo quanto poco noto. Il lavoro si è basato, oltre che su fonti rinvenute nei principali archivi italiani, su un alto numero di testimonianze dirette e indirette, attentamente vagliate, ascoltate, confrontate.

Il risultato è un ritratto completo, che si legge quasi come un romanzo, e che conduce il lettore dalle vie del Ghetto tra le quali si svolse la giovinezza di Elena ai quattro ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà («disposti strumentalmente per reprimere il suo dissenso nei confronti dei soprusi del regime fascista»), quindi ai tre, faticosi, anni trascorsi da sola al confino in piccoli, sperduti paesi tra Basilicata, Abruzzo e Marche, e infine di nuovo a Roma, nei mesi drammatici e caotici intorno al settembre 1943. Questi mesi la vedono diventare un carismatico punto di riferimento per la Resistenza messa in atto da gruppi spontanei di civili, ebrei e non.

«Mia nonna era la prima femminista. Andava allo stadio, era laziale: me l’ha detto mi’ padre. Andava alle riunioni pugilistiche, fumava». Così ha raccontato all’autore una delle nipoti, a proposito di questa nonna separata dal marito, «del tutto lontana dagli stereotipi femminili imposti dall’epoca», altruista e generosa, attenta anche ai bisogni dei bambini del Ghetto e di piazza Giudia, che curava e nutriva con affetto, quasi fossero figli suoi.

Figura tragica, si diceva all’inizio, e il pensiero va soprattutto alla sua fine: fu presa dai tedeschi il 16 ottobre 1943, insieme agli oltre mille ebrei romani rastrellati quel giorno al Ghetto. Tragico il suo tentativo, confermato da più testimoni e rimasto inascoltato, di avvisare gli abitanti del quartiere dell’imminente pericolo di deportazione, di cui in qualche modo era venuta a conoscenza («Prima del 16 ottobre ricordo che spesso i fascisti venivano in piazza e ci terrorizzavano. In piazza c’era, poi, Elena “la matta” che raccontava qualcosa sul pericolo delle retate da parte dei nazisti e dei fascisti, ma nessuno le dava retta»).

Tragico – e di una generosità unica – il suo gesto di consegnarsi spontaneamente ai tedeschi per non lasciare sola la cognata, già arrestata con i tre bambini piccoli. Elena sarà deportata ad Auschwitz e da lì non farà ritorno.

Il libro di Petraglia traccia un affresco di indubbio interesse, anche perché va al di là della singola vicenda, pur così rara, di Elena Di Porto. Insieme alla sua figura, infatti, emerge l’intero contesto nel quale si mosse e operò: quello di un’umanità povera – gli ebrei venditori ambulanti della capitale – che si arrangia a vivere di espedienti; il mondo dei contraddittori ma cordiali rapporti tra gli ebrei romani e le autorità fasciste del rione prima dell’emanazione delle leggi razziali nel 1938; il clima di tensione e reiterata violenza fascista che si aprì con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940.

E, ancora, si evidenziano, tra le altre, le notizie sui piccoli centri del Sud (tra cui Lagonegro e Gallicchio, in provincia di Potenza) scelti dal regime come luoghi di confino per gli oppositori e l’importante ruolo svolto dal quotidiano del Vaticano L’Osservatore Romano, considerato dai lettori romani l’unica vera alternativa agli organi della stampa fascista.

I volti di Elena, del marito, della cognata e dei loro bambini, incorniciati dentro vecchie foto in bianco e nero, fissano il lettore dalle ultime pagine del libro, alternandosi a lettere e documenti. Completano il volume due indici, dei nomi e dei luoghi, testimonianza di un lavoro di ricerca indubbiamente molto accurato.


Gaetano Petraglia
La matta di piazza Giudia
Storia e memoria dell’ebrea romana Elena di Porto
Giuntina, 2022
pp. 220 – 16,00 euro

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