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Papa Francesco: «Il mondo ha bisogno di religione»

Terrasanta.net
14 settembre 2022
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Papa Francesco: «Il mondo ha bisogno di religione»
Un momento della cerimonia d'apertura del Settimo Congresso dei leader religiosi mondiali convocato nella capitale dal Kazakhstan il 14 e 15 settembre 2022. (foto akorda.kz)

L'intervento del Papa al congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali convocato per la settima volta nella capitale del Kazakhstan, Nur Sultan. Quattro sfide e l'esortazione alla fratellanza senza sincretismi.


(g.s.) – Il viaggio di papa Francesco in Kazakhstan, iniziato ieri 13 settembre 2022, è entrato questa mattina nel vivo del programma, con la partecipazione del Pontefice all’assemblea plenaria d’apertura del Settimo congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, un appuntamento triennale avviato nel 2003 per iniziativa dell’allora presidente kazako Nursultan Nazarbayev e in via di svolgimento, fino al 15 settembre, nella capitale del Paese, Nur Sultan.

Moderati dal presidente del Senato kazako, Maulen Ashimbayev, i lavori sono stati aperti da alcuni discorsi. Primo a intervenire è stato il capo dello Stato, Kassym-Jomart Tokayev, seguito dal Papa; dal grande imam di Al Azhar, lo sceicco Ahmed al-Tayeb; dal metropolita Anthony di Volokolamsk (rappresentante del Patriarcato ortodosso di Russia); dal rabbino capo sefardita di Israele Yitzhak Yosef e dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che ha inviato un messaggio video registrato.

L’universale fratellanza

Nel suo discorso, papa Bergoglio è tornato su temi a lui molto cari, a cominciare da quello della fratellanza universale: «Permettetemi – ha detto esordendo – di rivolgermi a voi con queste parole dirette e familiari: fratelli e sorelle. Così desidero salutarvi (…) in nome di quella fratellanza che tutti ci unisce, in quanto figli e figlie dello stesso Cielo. Di fronte al mistero dell’infinito che ci sovrasta e ci attira, le religioni ci ricordano che siamo creature: non siamo onnipotenti, ma donne e uomini in cammino verso la medesima meta celeste. La creaturalità che condividiamo instaura così una comunanza, una reale fraternità. Ci rammenta che il senso della vita non può ridursi ai nostri interessi personali, ma si inscrive nella fratellanza che ci contraddistingue. Cresciamo solo con gli altri e grazie agli altri».

Quattro sfide del nostro tempo

Francesco ha voluto attirare l’attenzione dell’uditorio su quattro sfide globali: la pandemia, la pace, l’accoglienza fraterna, la custodia della casa comune (vale a dire la questione ecologica). Lo ha fatto citando ripetutamente pensieri del poeta kazako più celebre, Ibrahim Qunanbaiuly (1845-1904), uomo molto sensibile alla dimensione spirituale e religiosa dell’esperienza umana e popolarmente noto come Abai.

«Abbiamo bisogno – ha ammonito Francesco – di trovare un senso alle domande ultime, di coltivare la spiritualità; abbiamo bisogno, diceva Abai, di mantenere «desta l’anima e limpida la mente» (Parola 6). Fratelli e sorelle, il mondo attende da noi l’esempio di anime deste e di menti limpide, attende religiosità autentica. È venuta l’ora di destarsi da quel fondamentalismo che inquina e corrode ogni credo, l’ora di rendere limpido e compassionevole il cuore. Ma è anche l’ora di lasciare solo ai libri di storia i discorsi che per troppo tempo, qui e altrove, hanno inculcato sospetto e disprezzo nei riguardi della religione, quasi fosse un fattore di destabilizzazione della società moderna. In questi luoghi è ben nota l’eredità dell’ateismo di Stato, imposto per decenni, quella mentalità opprimente e soffocante per la quale il solo uso della parola “religione” creava imbarazzo. In realtà, le religioni non sono problemi, ma parte della soluzione per una convivenza più armoniosa. La ricerca della trascendenza e il sacro valore della fraternità possono infatti ispirare e illuminare le scelte da prendere nel contesto delle crisi geopolitiche, sociali, economiche, ecologiche ma, alla radice, spirituali che attraversano molte istituzioni odierne, anche le democrazie, mettendo a repentaglio la sicurezza e la concordia tra i popoli. Abbiamo dunque bisogno di religione per rispondere alla sete di pace del mondo e alla sete di infinito che abita il cuore di ogni uomo».

Ma torniamo alle quattro sfide elencate dal Papa, citando alcune delle sue riflessioni.

La pandemia

«Ci ha fatto capire che, come diceva Abai, “non siamo demiurghi, ma mortali” (Parola 45): tutti ci siamo sentiti fragili, tutti bisognosi di assistenza; nessuno pienamente autonomo, nessuno completamente autosufficiente. (…) Nello specifico, sta a noi, che crediamo nel Divino, aiutare i fratelli e le sorelle della nostra epoca a non dimenticare la vulnerabilità che ci caratterizza: a non cadere in false presunzioni di onnipotenza suscitate da progressi tecnici ed economici, che da soli non bastano; a non farsi imbrigliare nei lacci del profitto e del guadagno, quasi fossero i rimedi a tutti i mali; a non assecondare uno sviluppo insostenibile che non rispetti i limiti imposti dal creato; a non lasciarsi anestetizzare dal consumismo che stordisce, perché i beni sono per l’uomo e non l’uomo per i beni. Insomma, la nostra comune vulnerabilità, emersa durante la pandemia, dovrebbe stimolarci a non andare avanti come prima, ma con più umiltà e lungimiranza».

>>> Leggi anche: Il Papa ai leader religiosi: «C’è un legame sano tra politica e trascendenza»

I credenti – dice Francesco – nel post-pandemia hanno una responsabilità in più: «Sono chiamati alla cura: a prendersi cura dell’umanità in tutte le sue dimensioni, diventando artigiani di comunione – ripeto la parola: artigiani di comunione (…). Ma come intraprendere una missione così ardua? Da dove iniziare? Dall’ascolto dei più deboli, dal dare voce ai più fragili, dal farsi eco di una solidarietà globale che in primo luogo riguardi loro, i poveri, i bisognosi che più hanno sofferto la pandemia, la quale ha fatto prepotentemente emergere l’iniquità delle disuguaglianze planetarie. Quanti, oggi ancora, non hanno facile accesso ai vaccini, quanti! Stiamo dalla loro parte, non dalla parte di chi ha di più e dà di meno; diventiamo coscienze profetiche e coraggiose, facciamoci prossimi a tutti ma specialmente ai troppi dimenticati di oggi, agli emarginati, alle fasce più deboli e povere della società, a coloro che soffrono di nascosto e in silenzio, lontano dai riflettori. Quanto vi propongo non è solo una via per essere più sensibili e solidali, ma un percorso di guarigione per le nostre società».

La pace

«Memori degli orrori e degli errori del passato – esorta il Papa –, uniamo gli sforzi, affinché mai più l’Onnipotente diventi ostaggio della volontà di potenza umana. Abai rammenta che “colui che permette il male e non si oppone al male non può essere considerato un vero credente ma, nel migliore dei casi, un credente tiepido” (cfr Parola 38). (…) Fratelli e sorelle, purifichiamoci, dunque, dalla presunzione di sentirci giusti e di non avere nulla da imparare dagli altri; liberiamoci da quelle concezioni riduttive e rovinose che offendono il nome di Dio attraverso rigidità, estremismi e fondamentalismi, e lo profanano mediante l’odio, il fanatismo e il terrorismo, sfigurando anche l’immagine dell’uomo. (…) Dio è pace e conduce sempre alla pace, mai alla guerra. Impegniamoci dunque, ancora di più, a promuovere e rafforzare la necessità che i conflitti si risolvano non con le inconcludenti ragioni della forza, con le armi e le minacce, ma con gli unici mezzi benedetti dal Cielo e degni dell’uomo: l’incontro, il dialogo, le trattative pazienti, che si portano avanti pensando in particolare ai bambini e alle giovani generazioni. Esse incarnano la speranza che la pace non sia il fragile risultato di affannosi negoziati, ma il frutto di un impegno educativo costante, che promuova i loro sogni di sviluppo e di futuro. Abai, in tal senso, incoraggiava a espandere il sapere, a valicare il confine della propria cultura, ad abbracciare la conoscenza, la storia e la letteratura degli altri. Investiamo, vi prego, in questo: non negli armamenti, ma nell’istruzione!»

L’accoglienza fraterna

«Oggi – ha osservato Bergoglio – è grande la fatica di accettare l’essere umano. Ogni giorno nascituri e bambini, migranti e anziani vengono scartati. C’è una cultura dello scarto. Tanti fratelli e sorelle muoiono sacrificati sull’altare del profitto, avvolti dall’incenso sacrilego dell’indifferenza. Eppure ogni essere umano è sacro. (…) Mai come ora assistiamo a grandi spostamenti di popolazioni, causati da guerre, povertà, cambiamenti climatici, dalla ricerca di un benessere che il mondo globalizzato permette di conoscere, ma a cui è spesso difficile accedere. Un grande esodo è in corso: dalle aree più disagiate si cerca di raggiungere quelle più benestanti. Lo vediamo tutti i giorni, nelle diverse migrazioni nel mondo. Non è un dato di cronaca, è un fatto storico che richiede soluzioni condivise e lungimiranti. (…) Riscopriamo l’arte dell’ospitalità, dell’accoglienza, della compassione. E impariamo pure a vergognarci: sì, a provare quella sana vergogna che nasce dalla pietà per l’uomo che soffre, dalla commozione e dallo stupore per la sua condizione, per il suo destino di cui sentirsi partecipi. È la via della compassione, che rende più umani e più credenti. Sta a noi, oltre che affermare la dignità inviolabile di ogni uomo, insegnare a piangere per gli altri, perché solo se avvertiremo come nostre le fatiche dell’umanità saremo veramente umani».

La custodia della casa comune

«Con cura amorevole – dice il Papa – l’Altissimo ha disposto una casa comune per la vita: e noi, che ci professiamo suoi, come possiamo permettere che venga inquinata, maltrattata e distrutta? Uniamo gli sforzi anche in questa sfida. Non è l’ultima per importanza. Essa, infatti, si ricollega alla prima, a quella pandemica. Virus come il Covid-19, che, pur microscopici, sono in grado di sgretolare le grandi ambizioni del progresso, spesso sono legati a un equilibrio deteriorato, in gran parte per causa nostra, con la natura che ci circonda. Pensiamo ad esempio alla deforestazione, al commercio illegale di animali vivi, agli allevamenti intensivi… È la mentalità dello sfruttamento a devastare la casa che abitiamo. Non solo: essa porta a eclissare quella visione rispettosa e religiosa del mondo voluta dal Creatore. Perciò è imprescindibile favorire e promuovere la custodia della vita in ogni sua forma».

Il Papa ha concluso invitando i leader religiosi a percorrere strade di amicizia tra loro: «L’Altissimo ci liberi dalle ombre del sospetto e della falsità; ci conceda di coltivare amicizie solari e fraterne, attraverso il dialogo frequente e la luminosa sincerità delle intenzioni. E vorrei ringraziare qui per lo sforzo del Kazakhstan su questo punto: cercare sempre di unire, cercare sempre di provocare il dialogo, cercare sempre di fare amicizia. Questo è un esempio che il Kazakhstan dà a tutti noi e dobbiamo seguirlo, assecondarlo. Non cerchiamo finti sincretismi concilianti – non servono –, ma custodiamo le nostre identità aperti al coraggio dell’alterità, all’incontro fraterno. Solo così, su questa strada, nei tempi bui che viviamo, potremo irradiare la luce del nostro Creatore. Grazie a tutti voi».

A margine dell’Assemblea, papa Francesco ha avuto modo di incontrare brevemente a tu per tu i leader religiosi presenti, inclusi il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III, e i due rabbini capo di Israele, Yitzhak Yosef e David Baruch Lau.

Clicca qui per il discorso integrale

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