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Vivere a Gaza, tra i fallimenti di Hamas e la morsa israeliana

Fulvio Scaglione
9 agosto 2022
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Al termine di tre giorni di bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza che hanno ucciso 45 persone, un quadro della situazione socio-economica nell’enclave costiera. Condizionamenti enterni ed interni rendono impossibile la vita a due milioni di palestinesi.


Al di là delle considerazioni politiche e delle minacce militari e terroristiche, e del fatto piuttosto evidente che al governo dimissionario di Israele serviva una dimostrazione di forza in vista delle ennesime elezioni anticipate, forse bisognerebbe spendere qualche parola sulla situazione interna a Gaza, di cui si parla poco e malvolentieri. Da un lato, per non sottolineare i ripetuti fallimenti di Hamas, che dal 2007 controlla la Striscia. Dall’altro, per non dover rilevare gli effetti drammatici che il blocco, imposto appunto dal 2007 alla Striscia, produce sulla popolazione civile innocente.

Secondo i dati che l’Onu ha diffuso a fine giugno, a Gaza vivono 2,1 milioni di palestinesi. Di loro, 1,3 milioni sopravvivono grazie agli aiuti umanitari e l’Onu, che per il 2022 chiedeva 510 milioni di dollari per sfamare la gente ma anche fornire servizi sanitari, è riuscita a raccogliere solo un quarto della cifra. La disoccupazione tra i giovani (fino a 29 anni) è ormai all’80 per cento. Il blocco israeliano, per parte sua, è spietato: nel 2007 entravano a Gaza circa 8 mila camion al mese; oggi, con la popolazione cresciuta del 50 per cento, ne arrivano poco più di 6mila. Ai palestinesi è impedito l’accesso a metà delle acque marine che pure erano state loro assegnate dagli Accordi di Oslo, e così via.

Al resto pensano la situazione internazionale e gli errori di Hamas. Adesso, per esempio, i gazawi scontano l’effetto dell’invasione russa dell’Ucraina, con l’enorme rincaro dei combustibili che nella Striscia servono per cucinare e per alimentare i condizionatori nel caldo torrido dell’estate. Il governo di Hamas vive in pratica delle tasse che raccoglie e che ammontano a circa 40 milioni di dollari al mese. Per reagire all’aumento, ha deciso di ridurre le tasse sui combustibili, il che è costato all’erario 5 milioni di dollari al mese e una crisi finanziaria conclamata. Per reagire alla crisi, quindi, il governo ha deciso di tassare altri generi merceologici d’importazione, per esempio i tessuti o certi generi alimentari di largo consumo, dando così una batosta a larghi settori del commercio. E infatti ci sono già state manifestazioni di protesta. In più, ha previsto un’ulteriore riduzione dei salari dei 40mila impiegati statali, i quali peraltro già dal 2013 percepiscono solo il 60 per cento dello stipendio teorico, peraltro tutt’altro che cospicuo.

In una situazione come questa, l’idea di avere la pace solo mostrando di avere cannoni più grossi è una penosa illusione. Anzi, in tale contesto, diventerà sempre più difficile far capire a gente sempre più disperata che sparare qualche missile costruito nel garage non serve a nulla.

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